— Ma sì, ma sì.

— L'inibizione era fatta non al nome di Vostra Eccellenza, ma al Console d'America?

— Credo di sì. Perchè?

— Eccellenza, è accennato al Console di Russia in quel telegramma?

— No, no, ch'io sappia! — grida subitamente illuminato e giocondato il Cesnola. Corri alla Dogana e domanda in mio nome immediata e testuale comunicazione del telegramma.

Bisogna avvertire che il Consolato di Russia, non avendo allora titolato in Larnaca, era retto dal Console degli Stati Uniti. Il Cesnola era dunque ad un tempo il legittimo e riconosciuto rappresentante del Governo dell'Unione Americana e dell'imperiale Governo moscovita.

Mentre Bechbech corre alla dogana, il Cesnola, combinata a grossi caratteri a stampiglia la scritta: Consolato di Russia, dà ordine la si stampi su altrettanti fogli quante sono le casse e che s'incolli sovra ogni cassa il suo bravo foglio.

Dopo una mezz'ora eccoti il Direttore della Dogana col testo del dispaccio. Il Cesnola ne ascolta indifferente la lettura e poi, col piglio autoritario che si conviene al rappresentante lo Czar di tutte le Russie, domanda:

— Avete ordini relativi al Console di Russia?

L'Effendi, formalista come tutti i turchi, riflette, consulta il testo, conviene che esso riguarda il solo Console d'America, e riconosce non potersi opporre all'imbarco della mercanzia se questo gli viene domandato dal Console di Russia. Il dispaccio gli era stato trasmesso dal Governatore Generale, residente allora in Nicosia, nel centro dell'isola. Non era possibile avere istruzioni in giornata; dati i precedenti del primo dissidio e la fiera indole del Cesnola, era pericoloso, nel dubbio, farsi avverse due potenze non avvezze a patir soprusi. A farla breve, la lettera prevalse sullo spirito, le trecento e sessanta casse furono imbarcate nello spazio di poche ore. La notte il veliero salpava con buon vento ed il Cesnola dopo tante ansie potè dormire i suoi sonni tranquillo.