Guglielmo dalla sua vetta serena vedeva sotto di sè guizzare i lampi, sentiva gli interminabili echi del tuono. E le nuvole salivano lente, come se le pareti eguali del ghiacciaio non dessero presa. Gli furono ai piedi, lo avvilupparono tutto, oscurandogli ogni cosa ed egli fu preso nella [pg!106] bufera. Muovere non poteva, lontano tre passi era buio fitto, un freddo umido ed intenso lo impigriva; di quando in quando la tempesta si acquietava in un silenzio mortale; le nuvole posavano gravemente sulla neve livida in una immobilità stagnante, ma ad un tratto il vento vi si impigliava un'altra volta, il freddo le addensava in grani di grandine durissima che rigiravano senza posa, la neve del ghiacciaio, secca come arena, entrava nelle spire del turbine, e Guglielmo sotto le frustate della grandine e della neve, cieco, sanguinolento, irrigidito dal freddo e dal terrore, disperato dello scampo, si sentiva morire.
***
La bufera durò a lungo, poi svanì in un soffio e tornò il sole. Guglielmo, riavutosi dal mortale stupimento, volle riporsi in cammino. Era stato fino allora appoggiato a forza di braccia sul bastone ferrato, curvo per salvare il viso dalla tempesta. Ma sollevatosi appena, i piedi non lo ressero e cadde. Ogni sforzo per rialzarsi fu vano; riusciva a mettersi ginocchioni, ma i piedi erano inerti e rigidi. Si levò le scarpe e le grosse calze dure incrostate di ghiaccio, immerse i piedi nudi nella neve agitandoli con quanta forza gli durava. Bisognava bene che tornasse la vita! Li [pg!107] strofinò violentemente colle mani, si scaldava le mani al fiato e le portava ai piedi, si levò di dosso la giacca e ne li avvolse, li rivestì di neve e li espose al sole. Il sole scioglieva la neve, ma i piedi non sentivano nulla anche rammolliti: una cancrena rapidissima li aveva anneriti: erano morti.
Allora si vide perduto. A due passi un crepaccio apriva la gola verde. Vi si strascinò, vi sedette, le gambe penzoloni nell'abisso, ed aspettò la morte. Ebbe un momento l'idea di affrettarla, precipitandosi nel crepaccio, ma la respinse; l'aria lavata dalla tempesta aveva una trasparenza mattinale e lo sguardo vedeva nettamente di là dal ghiacciaio i dorsi erbosi e le pinete che scendono a Zermatt. Guglielmo volle aver quella vista presente fino all'ultimo sospiro. Guardava laggiù, frugava per la oscurità vaporosa delle valli, si diceva che la sua Teresa era là buona e serena, intenta ai tranquilli lavori della casa. La vedeva scendere e salire colla veste di panno rosso, piena sui fianchi, col giubbettino di panno nero, pieno nel petto, sorridente e grave, ammirata da tutti. Essa certo pensava a lui e lo faceva a Gressoney nella casa che doveva accoglierli sposi; che dolore avrebbe provato all'annunzio della sua morte!—Dov'è Guglielmo? Perchè non iscrive più?—Ma è partito per [pg!108] Zermatt, apposta per andarti a trovare.—Partito! E non è giunto, e sono passati molti giorni. Ah! come l'avrebbero cercato via per le ghiacciaie! Tutte le guide di Gressoney e di Val Tournanche sarebbe saliti e Teresa con loro scarmigliata e disperata.
Poi scrisse colla matita sul libretto da guida il suo testamento. Fu presto scritto: Lascio tutto il mio a Teresa Lysbak, mia fidanzata.
Il giorno moriva, quando fu preso da un sonno invincibile. I bassi lembi del Mon Rosa erano già scuri, le pinete ed i prati che scendono a Zermatt si confondevano colla tinta azzurra delle montagne lontane, sui viventi delle valli e della pianura cadeva la grande ombra notturna ed intorno a quel morto rideva un ultimo raggio di sole rosato, dolcissimo.
[pg!109]
[L'ESTATE]
arlando della montagna, l'aggettivo che meglio combina col sostantivo estate è quello di sonora. Calda sulle Alpi l'estate non è da per tutto nè sempre, verde nemmeno; la grande estate dei classici non mi pare possa salire oltre i cinquecento metri d'altezza, nè convenire a luoghi angusti e nettamente limitati. Arsa l'Alpe non è quasi mai e mai la valle. Bionda non può essere una terra dove i pochi campi di biade sembrano piccole pezzuole stese al sole in un prato immenso; mentre invece dalle punte più ardue del Monte Bianco e del Monte Rosa fino all'ultima [pg!110] falda delle montagne (montagne, non colline), digradanti al piano, la stagione estiva canta, mormora, bisbiglia, echeggia, rimbomba, e tralascio l'infinita varietà dei suoni che mandano gli animali e i fragori delle meteore.