Ben altra allegria risuonava nell'officina di Guglielmo! Egli cantava tutto il giorno. Al reggimento aveva imparato certe canzoni napoletane dalle cadenze disinvolte, le quali passavano una dopo l'altra per quella gola avvezza alle raspanti parole del dialetto tedesco, senza perdere nulla della loro vispa snodatura. I versi un Napoletano non li avrebbe intesi, ma che importa? la parola amore tornava ad ogni ritornello e quella usciva chiara e netta dalle labbra del giovane innamorato. Ah! l'opera come procedeva! Che bel castello d'assi piallate, liscie come uno specchio, in fondo alla stanza! Una stufa di lavagna nera brontolava allegra, la colla cuocendo a bagno maria faceva delle bolle grosse come un ovo che rompevano in un sospiro, e Guglielmo si sbracciava e sudava. Poi egli e il cugino andavano a desinare nella stalla [pg!100] colle vicine e bisognava sentire che chiacchere festose, che risate schiette intorno alla polenta.
Ma il maggior lavoro era il notturno. Dopo cena, partito il cugino, fatto un po' l'amore a bassa voce colla fidanzata, Guglielmo dava la buona notte alle donne accusando un sonno da non si reggere. Le donne sapevano bene che andava a lavorare di nuovo, anzi una volta Teresa aveva osato qualche mezza parola in proposito; ma il Rhedy aveva negato come uno sfacciato e Teresa non aveva aggiunto verbo.
Guglielmo stava cheto a contare i passi della fidanzata su per la scala, la sentiva entrare in camera, andare e venire via per il tavolato sonoro con quei cento rigiri che fanno le donne prima di coricarsi, gli passavano davanti agli occhi delle visioni piene di rapimenti, immaginava mille cose, seguiva colla mente tutti gli atti della bellissima persona. Qualche volta usciva di casa e stava cogli occhi fissi sulla finestra illuminata di Teresa, e gli sguardi erano così intensi che pareva dovessero forare i vetri e penetrare nella camera. Spenti il lume ed i rumori, Guglielmo tornava all'officina, vi accendeva una grossa lampada a petrolio appesa al soffitto, empiva la stufa e poi via per delle ore. Che bella luce dava quella lampada per tutta l'officina! Di fuori la neve in faccia alla finestra ne [pg!101] era illuminata per lunghissima tratta; pareva un fiume d'argento fuso che corresse fra sponde fredde e desolate; ma Guglielmo non guardava di fuori; solo nel gran sonno invernale e notturno stava curvo sul banco, maneggiava le assi come fuscelli, le fissava al granchio con una spinta da catapulta, e poi piallando ne faceva uscire dei trucioli eguali, spirali, crespi, che si ficcavano su per la buca della pialla e fioccavano a terra silenziosi e vi si ammonticchiavano. Ah! non cantava più allora, non cantava più, aveva ben altro che fare, e poi a udirlo cantare Teresa avrebbe potuto credere ch'egli volesse farsi sentire, ed al solo pensarci arrossiva come un fanciullo. Era sicuro che Teresa seguiva sveglia il suo lavoro; sapeva che ogni martellata rispondeva nel cuore dell'amante, ma voleva che le giungesse il solo rumore dell'opera; l'opera sola era necessaria e premeva, l'opera costruiva l'edifizio della loro felicità, del loro avvenire, il canto a quell'ora sarebbe stato una vanteria grossolana.
***
A inverno finito la casa fu lesta. Guglielmo il giorno di Pasqua condusse le due donne a visitare il nuovo quartiere, tutto olezzante di resina. La sera invitò a desinare il sindaco, il [pg!102] parroco, il segretario e parecchi amici; la mensa fu allestita nel gran salone da pranzo del nuovo albergo, e si bevve agli sposi.
Il domani Teresa partì per Zermatt. L'accompagnarono tutte le guide del paese, per far onore a Guglielmo. Presero per la più lunga, valicando la Betta-Forca, poi le Cime Bianche, poi il Colle del San Teodulo. Mai nessun lord d'Inghilterra ebbe, per traversare le ghiacciaie, più numeroso e valoroso corteo. Fu un viaggio di due giorni, e la sera del secondo si giunse a Zermatt. Là Teresa era aspettata per un impiego di guardarobiera. Il padrone prometteva inoltre di addestrarla alla direzione di un albergo, e, come l'ebbe veduta, assicurò che in sei mesi sarebbe riuscita al fatto di ogni cosa.
E Guglielmo tornò a Gressoney colla tristezza nell'animo. Quante volte dalla sua casa rifatta guardava le vette del Mon Rosa con gli occhi pieni di lacrime. Quel cielo azzurro di là era il cielo della Svizzera, e pensava che al piano in poche ore avrebbe superata la distanza che lo separava da Zermatt; invece qui c'era di mezzo il gran gigante, coi suoi mari di ghiaccio, colle sue rupi precipitose, irto di pericoli, minaccioso di morte ad ogni momento.
Ma il tempo correva, ed erano mille pensieri e mille faccende. Comprò i mobili, gli utensili [pg!103] di cucina, sempre aiutato e diretto dalla madre di Teresa. La povera vecchia non posava un minuto. Teresa scriveva delle lunghe lettere, piene d'affetto, sobrie e gravi com'era la sua indole.
In principio d'agosto tutto fu all'ordine. Guglielmo una bella sera, annunziò alla vecchia che il domani sarebbe andato a Zermatt. La più corta era valicare il Lysjoch e scendere diritto per il ghiacciaio del Corner: un otto o dieci ore di cammino. Ma il passo è difficile, Guglielmo, solo, mettersi a rischi non voleva. Un'altra volta, in circostanze diverse, non ci avrebbe manco pensato, ma ora, così vicino alla felicità, non osava tentare la Provvidenza. E poi voleva rifare la strada fatta con Teresa, potersi dire ad ogni momento: eravamo qui, e là, e rammentare tutti gli allegri incidenti della via. Di là s'allungava del doppio, ma le memorie lo accompagnavano. La giornata era incantevole. Guglielmo, partito alle due della mattina, fu a Fiery in valle d'Ajaz, alle sette. Vi fece un boccone d'asciolvere, e si ripose in cammino per le Cime Bianche; alle undici era al lago, a mezz'ora dal colle. Di là, la strada solita, sale fino al colle, traversa il ghiacciaio del San Teodulo, dopo tre ore di cammino giunge alle capanne, donde in tre ore di discesa arriva [pg!104] a Zermatt. Altre sei ore e mezzo di strada. Guglielmo aveva camminato otto ore, ma chi ha fatto il mestiere di guida non conosce stanchezza. Se non che la meta vicina lo faceva impaziente. Il ghiacciaio del Teodulo si stende lungo il versante italiano; ancora tre ore e mezzo prima di giungere al culmine, prima di gettare lo sguardo ansioso giù per le chine della Svizzera, prima di vedere le acque che scendono a Zermatt. Che eternità!
Ma dal lago dov'era, inerpicandosi su per le rupi a picco, i contrabbandieri ascendono al ghiacciaio dell'Aventina in meno di quaranta minuti; tutta la strada è accorciata di tre ore. Il passo fra le rupi è faticoso e difficile, il ghiacciaio in cima è spaccato in mille sensi da crepacci senza fondo, ma i contrabbandieri lo valicano, soli, di notte, con un peso di quattro o cinque miriagrammi sulle spalle. Guglielmo ristette un momento pensoso; se Teresa fosse stata là, certo gli avrebbe fatto pigliar la più lunga, ma le donne si sgomentano per nulla. D'altronde, quasi a tentarlo, in quel momento, un soffio gelato increspò quel poco d'acqua che durava sciolta nel lago. Guglielmo lo conosceva quel soffio; guardò in alto impensierito; dalle punte sottili delle Cime Bianche sventolavano delle vere banderuole di nuvole, strappi, cenci [pg!105] di nubi, da una parte strette alla roccia con una aderenza vischiosa, dall'altra lacerate a brandelli dal vento. Oh! oh! non c'era tempo da perdere, e la più corta via diventava subito la migliore, e spicciarsi senza più guardare il cielo. Eccolo per le rupi: vi s'arrampicava come un gatto, a quattro gambe, silenzioso e vigilante. Come saliva! Che abisso lo separava dal lago! Le pietre smosse vi precipitavano: dopo due o tre colpi secchi battuti sulle roccie, correvano cantando sul ghiaccio liscio, finchè sprofondavano senza rumore nell'acqua. Guglielmo fu sulla vetta in mezz'ora. Colava di sudore, il freddo gli ghiacciava i panni addosso. A' suoi piedi, da quel versante svizzero tanto sospirato, saliva verso di lui un cielo tempestoso. Era la maggiore bufera che egli avesse mai veduta. Pareva che la forza di tutti i venti del mare e di tutti i vulcani ribollisse compressa da un immenso spessore di nembi; li agitava, li sollevava in cavalloni giganteschi, li squarciava in gorghi spaventosi, muggiva con un rombo incessante.