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Poco lontano dalla canonica, in un piccolo seno chiuso fra la montagna ed un rialzo di terra che gli toglie la vista della valle, c'era una casa rustica di discreta apparenza. Il luogo freschissimo d'estate e riparato l'inverno dai venti gelidi, è una specie di vallata minuscola, dove corre una miseria di torrentello, poco più che un rigagnolo, il quale precipita dalle cime a furia di cascate e di sprazzi col piglio di un rodomonte che voglia recare al basso la desolazione e la rovina, e poi, incontrato il rialzo che ho detto, gli manca la forza di scavalcarlo, fa un gomito, si acquieta, muta colore, abbassa la voce, si contenta di poco letto e vi depone una sabbiuzza fina fina, tutta piena di riflessi diversi, [pg!142] come uno strato di gemme. Nelle maggiori piene l'acqua, benchè si tinga di un colore rossastro per darsi l'aria rabbiosa, arriva appena a lambire le tavole di un basso ponticello e non fa mai altro danno fuori che di bagnare le more dei rovi, lasciandovi sopra una leggierissima imbiancatura. La casa sorgeva giusto al punto del gomito nell'interno della curva che vi disegna il torrente; aveva un bel prato all'intorno ed il ponticello era destinato esclusivamente al suo servizio. Ne era padrone un tal Vincenzo Bionaz, il quale l'aveva comprata ed era venuto a dimorarvi colla moglie e due amori di bimbi, lo stesso anno che il nostro prete, da vice curato, era stato promosso a curato della parrocchia. Vincenzo, robusto ed intelligente operaio, lavorava in qualità di minatore ad una vicina miniera di ferro dove guadagnava tanto da tenere due vacche nella stalla e da poter comprare ogni anno qualche tavola di prato. Egli era un brav'uomo, allegro e casalingo; la moglie, nativa di Valchiusella, un paese dove le donne sono tutte belle da dipingere, lo adorava e ne era adorata, e vivevano tutti e due in pace, come si dice, con Dio e cogli uomini, lasciandosi andare ai facili progetti di futura prosperità in favore dei figliuoli.

Bisogna conoscere i disgraziati paesi infestati [pg!143] dal cretinismo ed avervi vissuto per comprendere il sentimento d'orgoglio che danno ai parenti i bambini sani e belli. È una compiacenza continua che va fino alla gratitudine verso quelle creature, dalle quali la famiglia è sottratta alla vergogna comune e nobilitata. Tutte le facoltà dell'animo umano, anche le cattive, partecipano di tale compiacenza, tutti gli affetti della vita sono dominati dalla gioia immensa di possedere un così raro tesoro e la coscienza della propria felicità così piena ed eccezionale, ingenera in chi la prova una specie di sicurezza fatale di non doverla perdere mai.

I due figli di Vincenzo morirono del crup in una stessa notte in poche ore. Il morbo li colse improvvisamente e li strozzò prima che padre e madre li credessero pure minacciati. L'indomani il padre andò alla miniera, la madre attese alla casa, senza lacrime e senza lamenti; solo Vincenzo tornandone, parve rifuggire dalla presenza della moglie e questa del marito. La donna era incinta di due mesi; il curato venuto a confortarli fu bene accolto da entrambi, ma non gli venne fatto di farli discorrere fra di loro. Passarono sette mesi durante i quali Vincenzo ed Anna vissero insieme nella stessa casa, mangiarono insieme alla tavola istessa, la domenica andarono insieme alla messa, dormirono [pg!144] insieme nello stesso letto, senza dirsi altre parole fuori di quelle poche e precise che richiedevano i bisogni della vita.

Ma quando Anna fu sul punto di partorire, Vincenzo tornò ad un tratto alle prime tenerezze, l'assistette gravemente ed amorevolmente, accolse il bambino con lagrime di gioia, domandò perdono alla moglie delle durezze passate, insomma tornò ad essere l'uomo di una volta. Il bambino era bello e sano come i primi, e pensate con che religione padre e madre lo guardavano poppare, con che impazienza aspettavano che quegli occhi seguissero la luce, e poi si fissassero in loro, e cominciassero a riconoscere le loro sembianze, e significassero l'interno misterioso e rapido svegliarsi dell'intelletto.

Ma quei segni non vennero, i suoni non facevano volgersi quella testolina e non ne rompevano il sonno, gli occhi fissavano gli oggetti senza guardarli, le labbra non sapevano imparare gli adorabili sorrisi, le mani non sapevano accennare alle cose. Fu un'attesa lunghissima, tenace, incoraggiata da ragionamenti cocciuti che volevano dar torto alle impazienze, tormentata dai dolorosi confronti che la memoria suggeriva, prolungata a termini che si stabilivano lontani e che una volta raggiunti si protraevano, sostenuta da illusioni, da inganni creati apposta, [pg!145] da menzogne che uno dei parenti faceva all'altro, a cui nessuno credeva, finchè venne il giorno dell'orribile certezza. Il nuovo nato era un cretino.

Da quel giorno la famiglia fu distrutta. Padre e madre non osavano guardarsi in viso per paura di scoppiare in rimproveri e, peggio, in vituperi. Ognuno dei due provava un fiero, angoscioso accanimento contro dell'altro, e si sentiva il cuore gonfio di accuse pazze. Non litigavano, non tradivano quasi mai i ribollimenti dell'animo, tacevano come sgomentati, agivano colla regolare abitudinaria solerzia della gente che non pensa, vivevano in una pace morta e disperata. Il bambino cresceva adiposo e pallido, l'occhio vagamente inquieto, le labbra grosse piene di dolore e di bontà. Lo svegliarsi delle prime attività fisiche, parve qualche volta ai parenti accompagnato da segni di un tardo, ma vitale intelletto; allora erano giornate di un'aspettazione irritante, insostenibile: i due tornavano verbosi, si rappattumavano, formavano mille propositi di pazienza e di virtù, facevano voti a tutti i santi del paradiso, promettevano quadri e candele alla Madonna dell'Oropa, la Madonna Nera, il gran taumaturgo dei montanari.

Ma simili inganni non duravano e rincrudivano cessando gli scoramenti e le amarezze.

[pg!146] Al fanciullo avevano posto nome Gian-Paolo, raccogliendo i nomi dei due morti. Talvolta il padre, chiamandolo e vedendolo sordo, dava in una risata sgangherata e ripeteva quei due nomi per delle ore colla cadenza sonnolenta di una nenia; poi aveva finito per chiamarlo: la bestia, e il primo giorno che lo chiamò così, la madre furiosa l'aveva minacciato col tridente ed egli l'aveva battuta. Ma fu l'unica volta in sua vita. La sventura li aveva troppo intimiditi perchè potessero durare alla violenza o lasciarvisi condurre e benchè essa ruminasse talora di tornarsene sola alla sua valle nativa ed egli di andar girando pel mondo, magari fino in America, per togliersi da quell'inferno, non ebbero mai il coraggio di farlo. Una volta, dopo che s'ebbero pacatamente e freddamente manifestato il vicendevole proposito di separarsi, Vincenzo disse: Non saremo buoni da tanto; il cretino ci ha dato del suo.

Quando il marito stava alla miniera, bisognava vedere che studio di tenerezze faceva la madre! Si prendeva fra le mani la grossa testa idiota del figliuolo, e lo fissava con occhi ardenti che pareva dovessero accendergli il fuoco nell'anima e divorarlo. Che tempeste di baci su quelle guancie floscie e sulla bocca bavosa. Il più era quando il bambino dormiva. Allora, l'errore diventato [pg!147] possibile, essa lo allargava per tutti i versi, perdendosi in una assoluta dimenticanza delle cose passate e delle future, creando a se stessa una certezza di felicità che le dava dei godimenti esaltati; era sicura che Gian-Paolo, addormentandosi, le aveva sorriso ed essa conosceva quel sorriso, per averlo veduto mille volte. Sapeva segnare sulla faccia del bambino il luogo preciso dove la pelle se ne increspava, dove faceva la deliziosa bucherella che tira i baci.