E i due morti, quanto l'aiutavano a mettersi in tale visione! Come si levavano vivi e vispi dalla bara, per entrare nelle carni del fratellino dormente e confondere insieme le diverse sembianze! C'era però una sensazione che bastava da sola a rendere atroce la dolcezza di quello inganno, una sensazione sempre presente, sempre vivissima, che le lacerava il cuore, ed era la paura che il fanciullo si svegliasse. Giungeva fino a dimenticare il perchè di tale paura, ma non la paura istessa; a volte le pareva evidente e naturalissimo che al primo aprir gli occhi il figliuolo sarebbe morto, e lo cullava, lo cullava cantandogli ogni sorta di ritornelli lamentosi, tremando di una smorfia, accorandosi di un sospiro più forte degli altri. Sarebbe stata felice se il bambino fosse vissuto in un sonno senza fine.
[pg!148] Le tenerezze del padre erano più rare e di più breve durata. Bastava un filo di luce ad impedirle o a soffocarle. Ma la sera qualche volta il pover'uomo spariva furtivamente dalla stalla. Saliva scalzo ed in punta di piedi la scaletta di legno che mette al primo piano, entrava nella stanza maritale dov'era coricato Gian-Paolo, e là, piangendo in silenzio se lo toglieva in braccio e lo serrava rabbiosamente bruciandolo di baci finchè lo sentiva strillare dei suoni grossi e gutturali. Allora lo riponeva con mal garbo nel lettuccio, ridiscendeva alla stalla e diceva alla moglie: Anna, sali, mi pare che urli. Anna saliva e, indovinato l'accaduto, provava pel marito una compassione rispettosa e si tormentava con rimorsi.
Una volta, la domenica degli olivi, quando finita appena la messa, la chiesa era ancor piena di gente, essa si gettò ai piedi del marito piangendo e disperandosi a domandargli perdono. Fu una scena rapida e tragica: fra gli strilli delle donne intenerite e le ghignate di alcuni uomini, Vincenzo seccato dal chiasso, afferrò la moglie per un braccio, la levò di ginocchio e respingendola con uno sguardo nemico, la buttò là come un sacco. Anna andò a battere la faccia contro la pila dell'acqua benedetta e diede un grande urlo di dolore... S'era lacerato un labbro [pg!149] e rotti due denti, aveva la bocca piena di sangue e lo sputava guardandosi attorno pallida, con occhi stralunati, come se fosse per impazzire; finchè Vincenzo, pentito e rabbioso, la menò a casa in fretta. Quando furono nell'aia, il padre vide Gian-Paolo seduto in terra scaldarsi le piccole membra al sole in un'attitudine timidamente contenta e gli lanciò un'orribile occhiata piena di rancore.
Quella fu l'ultima sfuriata dell'amore paterno offeso, e li lasciò tutti e due sfibrati come gente che esce di malattia e desiderosi di mutar vita come convalescenti. Poco alla volta entrarono in una quiete che non aveva nè le amarezze, nè le divine voluttà della rassegnazione, nè la sfinitezza svogliata dei dolori senza speranza. Come avviene di certi organi minori dei quali non avvertiamo l'esistenza se non per un dolore e la cui amputazione non sembra scemare in niun modo l'attività vitale, cosicchè ci domandiamo che facessero in noi; uscito loro dall'animo l'amore paterno, essi parvero tornati alla dolce capacità di vivere e di gioire. La casa prosperava; Vincenzo non aveva vizi ed Anna era economa ed industriosa; tolto il pensiero di accumulare per la discendenza, poterono concedersi cento piccoli agi che li facevano invidiare da tutti. Giunsero fino a prendere in casa una [pg!150] giovane domestica che attendeva ai più grossi lavori, diventarono insomma i borghesi del villaggio.
Oh la povera infanzia intirizzita di Gian-Paolo. Nè carezze, nè rabbuffi, una libertà sconfinata e desolata intorno a sè. La domestica pensava a dargli il mangiare all'ora dei pasti, e a metterlo in letto. Di sette anni, egli andava lentamente a cercarsi al sole un po' di spazio dove sedere; in primavera, il suo corpo grosso e deforme sembrava sporcare i prati dove stava sdraiato e donde fissava le cose senza smuoversene, con una tristezza incosciente. Pareva che il vuoto immenso del cervello gli desse una sensazione incessante di freddo: infatti quella era una ghignataccia al primo sorgere del sole! E che aria dolorosa al tramonto!
Chi l'ha veduta, la sera, nella stagione estiva in un villaggio di montagna? Che ora grave ed allegra! Si direbbe che in tutto il mondo non ci sia e non ci sia stato mai un uomo cattivo, che non sia mai seguita, nè possa seguire un'azione malvagia. Le idee di sofferenza e di miseria sembrano sogni di mente malata. Non è vero che si muoia di fame e di dolore, che si viva all'odio ed all'invidia, non c'è il male, non c'è l'infermità, tutti gli uomini entrano ora per gioirvi nella placida ombra che gettano le montagne, la terra manda [pg!151] odori freschi ed esilaranti, il suono delle acque sembra il respiro della grande famiglia umana che riposa felice e benedetta in una serenità senza fine. Ma allo svoltare della viuzza, sorretto allo stecconato che cinge i prati, un essere informe e lento si strascina verso le case che fumano per la cena. Chi ha insultato l'uomo dando a costui delle membra che glie lo fanno quasi somigliante? Quell'essere non mi appartiene, è estraneo alla mia vita, via da me tale lugubre caricatura delle mie bellezze. Costui non parla, grugnisce, non ode, non discerne, trema al mio cospetto, si rannicchia sospettoso e impotente al mio avvicinarsi; se lo richiedessi d'aiuto, non farebbe un passo in mio sostegno; bisognoso, non potrebbe richiedere l'aiuto mio, il ricambio fraterno delle forze vitali non segue fra me e costui, la catena degli esseri è rotta fra di noi, il mio bambino, vedendolo alla luce del sole lo deriderebbe e qui, nella mezza oscurità, ne avrebbe paura. Io torno fra i miei simili che pensano ed agiscono, che conoscono i proprii bisogni e li soddisfano, che sono armati contro la natura e la vincono; costui è fuori dell'umanità, la mia compassione per lui sarebbe sterile, io non gli posso giovare in alcun modo; se la notte avesse mani da soffocarlo, e la terra si aprisse a seppellirlo, domani nessun vivente [pg!152] piangerebbe la sua sorte, non vi sarebbe nemmeno un dolore di più sulla terra, poichè egli non possiede nessuna delle due forme dell'utilità: non opera e non abbellisce.
Fino dai primi anni di sacerdozio, il curato vagheggiava l'idea di studiare la grave infermità alpina, nella speranza non già di guarirla, chè sapeva non essere in suo potere, ma di alleviarne la miseria e di definirne gli effetti e la misura. Questo molti uomini dabbene si propongono in valle d'Aosta ma non riescono a mandare ad effetto a cagione delle impazienze, della soverchia pretesa e dei falsi metodi seguiti. A lui, prete, ignorante affatto di medicina, non pareva di potersi mettere per la via delle ricerche scientifiche, nè all'indagine delle cause del morbo. Diminuire le sofferenze, aggiungere qualche forza al disgraziato ponendolo in condizioni igieniche confortevoli, abbonire il malo animo dei parenti, vincere l'inerzia dei pregiudizi e, nel cervello immobile degli scemi, affinare l'istinto in difetto dell'ingegno, ciò gli pareva impresa possibile e così santa da poter formare la ragione ed il premio della propria vita.
Ma in paese, quando egli ci venne, non v'era che uno scemo, un vecchio scimione di cretino così indurito nella propria bestialità da non poterne tirare nulla di buono. La posizione elevata [pg!153] del villaggio e la relativa agiatezza degli abitanti dovuta alla vicina miniera facevano che i casi di vero e proprio cretinismo vi erano rarissimi, tanto che il curato aveva agevolmente rinunziato ad ogni proposito rigeneratore, contento di non poterlo mandare ad effetto.
La nascita di Gian-Paolo gli rimise il diavolo in corpo e la vista della disunione che ne era derivata fra i parenti lo infervorò all'impresa. La scena seguita in chiesa lo persuase essere venuto il tempo di provvedere e lo stesso giorno dopo vespro eccolo incamminarsi verso la casetta di Vincenzo per cominciare la cura.
Sei mesi dopo Gian-Paolo aveva una certa aria lustra di cretino ripulito che lo faceva ricercato nel villaggio e nei dintorni come una curiosità da doversi vedere. In luogo del saccone color cioccolatte al quale lo avevano già sprezzantemente condannato gli incuranti genitori, egli portava i suoi bravi calzoni e la giubbetta, e perfino, cosa incredibile, una camicia che metteva fresca di bucato tutte le domeniche, locchè in un paese dove la gran miseria incute un riguardoso rispetto per la roba, aveva ottenuto che i monelli non lo zaffardassero più gittandogli addosso a manciate la mota dei fossi e lo sterco delle vacche che menavano in pastura. Egli stesso, contento di vedersi attillato, aveva [pg!154] smesso di rivoltarsi come un porco nella belletta attaccaticcia delle strade, appena spiovuto. Accolto nelle brigate domenicali, quale argomento di lazzi e sghignazzate, egli aveva finito per addomesticarsi e cercare la compagnia; dopo vespro, sotto la pergola della via maestra dove era il giuoco delle boccie, egli aveva il suo bravo posto consueto sul trave degli spettatori, un posto riconosciuto per suo, e dal quale se mai altri vi sedeva, si levava di botto con aria ridicolmente ossequiosa, non appena apparisse la sua obesa e gozzuta persona. I giovani lo chiamavano le monsieur e a forza di gridargli quel nome nelle orecchie, avevano finito per farglielo ritenere in mente. Ogni forestiere che capitasse dai vicini villaggi, era sicuro di trovare apparecchiato il sollazzo del seguente discorso: