Qui es tu? domandava a Gian-Paolo, quello dei giovinotti che faceva gli onori di casa.

Ed il cretino, spremendo fino a gonfiarsi le vene del gozzo, e masticando i suoni e l'abbondante saliva, veniva finalmente a capo di scilinguare: Le mousieu.

Ed era un coro di risate schiette come per uno spasso mai prima goduto.

Finalmente il giorno del Santo Patrono, quando la banda del capoluogo scatenava sul paese la burrasca delle marcie rauche e tonanti, era lui [pg!155] Gian-Paolo, che durante i silenzi teneva in mano la mazza della gran cassa, pronto a cederla al primo cenno del suonatore.

Ma pulirlo ed addomesticarlo non basta, quel disgraziato, bisogna cercare dove sia rotto il congegno del cervello, e svitarne tutte le ruote per vedere di rimontarlo. Ahimè, altro che rotto! ne mancano delle ruote e le principali e quelle poche presenti sono sdentate, non s'impigliano una nell'altra, non propagano moto. I fatti esterni agiscono su quella mente, finchè dura la sensazione che li rivela, ma non vi s'imprimono, non lasciano memoria che possa commetterli con altri: appena se una lunghissima serie di essi genera qualche cosa che può somigliare l'abitudine. Ecco il solo filo a cui attaccarsi; occorre rinnovare a sazietà le sensazioni piacevoli e le ingrate, non soddisfare ai bisogni prima che siano diventati dolorosi, perchè il piacere del loro soddisfacimento si colleghi colla pena della privazione. È uno studio lento e continuo.

Il canonico-vicario, al quale il nostro curato tenne qualche parola dell'ardua impresa a cui si è messo, pretende che la prima nozione da darsi al cretino, sia quella di Dio. Dal momento che gli risplende un barlume di ragione, egli è soggetto a peccare, e nostra prima cura dev'essere di salvarlo per l'eternità. Non domandate [pg!156] al grasso vicario, come vorrebbe pigliarsela; ciò non lo riguarda; egli andrà in paradiso, anche senza avere educato dei cretini, e ci andrà forse con più ragione che non il curato, perchè non è d'un animo religioso il ribellarsi ai decreti della Provvidenza.

Anche il curato da giovane aveva vagheggiato il pensiero di creare un Dio a profitto di quegli esseri abbandonati, ma conobbe ben presto non bastare a tanto risultato le forze di un uomo. D'altronde del Dio benefico e datore di vita era troppo astratto il concetto. Come mostrare a quell'ingegno chiuso, che il sole, i prodotti della terra, la terra istessa e la vita universale sono benefizi continui della mente eterna? Rimaneva il Dio terribile dei tuoni e delle rovine, il Dio che smuove la valanca, che arma ed inferocisce la natura contro se stessa; ma dato pure gli venisse fatto di atterrire il fanciullo e di dare un nome ed una causa a quel terrore, questa, sarebbe stata un'opera buona? Non era egli abbastanza disgraziato ed inerme? Non gli era abbastanza avversa la vita, da dovergli mostrare un nemico di più?

Gian-Paolo, non amava nè odiava i parenti, non s'accorgeva della loro indifferenza, non desiderava la loro sollecitudine, il prete dopo prove e riprove, s'era convinto che in essi l'amore paterno [pg!157] era morto afflitto e che non c'era via di poterlo risuscitare. Ma il fanciullo, non era viziato, poverino, e chissà che una volta svegliato in lui l'amore figliale, questo non riuscisse a scuotere l'apatia d'Anna e di Vincenzo. Eccolo dunque porre ogni studio perchè derivassero visibilmente da loro tutti i benefizi ch'egli faceva a Gian-Paolo. Non è più la domestica che gli dà il mangiare, o che lo mette a letto; il curato assiste a tutti i pasti della famiglia ed impone al padre ed alla madre, gente devota ed ossequiosa, di scodellare essi la minestra di Gian-Paolo. Gian-Paolo è ghiotto di confetti, ed il curato porta ogni domenica le ciambelle alla casa dei Bionaz, ma non se ne fa mai il visibile distributore. Certe volte induce i parenti a ritardare l'ora del pranzo, perchè si svegli nel cretino una fame stimolante e fino a che l'ora non sia venuta padre e madre non devono farsi vedere, ed apparire soltanto col cibo. La prima volta che il fanciullo sorrise al giungere di Vincenzo, il prete ne ebbe una contentezza infinita: quando lo vide avviarsi all'incontro del padre che tornava dalla miniera, e prenderlo per mano coll'aria confidente di chi s'appoggia ad un amico, credette di essere a mezzo dell'impresa.

Poi vennero cento cognizioni elementari, tutte derivate e coordinate a sensazioni da cercarsi o [pg!158] da sfuggirsi. Gian-Paolo conobbe i pericoli e li sfuggì, chiuse gli usci contro il vento, riparò colla mano la fiammella della lucerna, sterrò il fossatello che cinge l'aia dopo i grossi acquazzoni, portò al sole il vaso dei garofani che Anna amava tenere nella stanza.

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