Gian-Paolo aveva vent'anni. Una sera di maggio, il curato stava correggendo certi versi suoi, destinati ad un amico parroco in un paesello remoto dove non capita mai anima viva. Il giorno innanzi era piovuto a catinelle dodici ore filate, ma il cielo s'era rifatto di quel sereno che dura e non era seguita la menoma disgrazia. Verso le dieci di notte, nella pace del villaggio rintrona un frastuono improvviso ed immenso, come se rovinasse la montagna; tutto il paese è sugli usci; il fragore cresce, empie l'aria, batte ai monti di là dalla valle e ne ritorna rombo continuo, squarciato di momento in momento da tuoni improvvisi come cannonate di un esercito di giganti. I villani si chiamano per nome, rispondono esterrefatti, i più coraggiosi si avventurano fino alla chiesa, il campanaro suona a martello, mille voci disperate di bambini e di donne strillano, le vacche dalle stalle muggiscono [pg!159] lamentosamente, i cani abbaiano con rabbia feroce e giù nei paesetti che dormivano nella gran valle oscura si accendono lumi inquieti che girano per le vie, segno che lo scroscio minaccioso è giunto fino a loro.

S'è rotto un sacco di montagna, il rigagnolo che rasenta la casa dei Bionaz è diventato torrente.

La cosa segue a questo modo. Nel letto del torrentello, all'imbocco che serra uno dei soliti larghi stagnanti si forma per tronchi caduti e terra franata una chiusa, che impedisce il corso dell'acqua, fino a che questa col peso non l'abbia sfondata. Allora il grande volume raccolto precipita improvvisamente e ne seguono le più terribili rovine fra quante si conoscono in montagna. In mezz'ora la piena passa, ed il torrente torna rigagnolo.

I Bionaz desti al frastuono e al tremito della casa sentirono l'acqua gorgogliare per le tavole dell'impiantito e sollevarle. Vincenzo, sfondata con un pugno la finestra ed affacciatosi, vide la morte. Il torrente rompeva alla casa come alla pila di un ponte e l'assaliva con travi e tronchi d'alberi a colpi d'ariete che la scotevano dalle fondamenta.

—Sul tetto, presto, urlò Vincenzo atterrito. Anna teneva il lume, passarono correndo nel [pg!160] camerone tramezzato d'assi, dove dormivano Gian-Paolo e la fantesca; questa che già strillava aggirandosi per la tenebra, li seguì singhiozzando preghiere, salirono al fienile a prendervi la scala a piuoli, ritraversarono con questa le due camere, furono nel granaio donde poggiata la scala ad un abbaino, riuscirono sul tetto. Là si tennero per salvi. Prima di salirvi, l'acqua avrebbe scavalcato il monticello morenico che separava la casa dal villaggio e si sarebbe sfogata per la china. Anche contro l'urto dei massi e dei tronchi travolti, quello era il rifugio più sicuro; stavano sul lembo estremo del tetto dalla parte della valle; l'acqua si frangeva all'estremità opposta, verso il monte, e la casa era tramezzata da due muraglie maestre.

Intanto erano accorsi il curato e mezzo il paese, e ne giungeva di continuo ma tutti erano impotenti ad aiuti: fra essi e la casa muggiva l'onda furiosa ed oscura. Videro rischiararsi le diverse finestre, e le ombre passare da una stanza all'altra, poi il lumicino sorgere sul tetto nero e la famiglia trascinarsi carponi su per le tegole fino a scavalcare il comignolo. Lassù il lume si spense.

—Siete lì? Siete lì? Coraggio. L'acqua cala.—Tenetevi saldi. Non può durare.—Gettate una corda. Coraggio.

[pg!161] Tutti gridavano smaniosi, non potendo altro, di recare ai pericolanti il conforto di voci amiche, ma di là non veniva parola, forse il muggito dell'acque, forse le voci istesse, coprivano la risposta.—Silenzio! tuonò il curato.

E come la gente tacque, riprese gridando e facendosi portavoce delle mani:

—Ci siete tutti?