Giac la sera, tornato dalla tappa, così vestito com'era, colla blouse di tela blu e la frusta in mano, prese Barba Gris in disparte, e senza preamboli gli chiese la mano di soura Gin.

Il grosso uomo gli piantò in faccia gli occhi stralunati, gli strappò di mano la frusta e rispose:

—Questa è la penna con cui vuoi scrivere il contratto? Fila, o te la misuro sulla groppa.

—Non volete? Padrone! [pg!8] E andò a cena, poi a dormire sul fienile. Verso la mezzanotte Gin fu a svegliarlo.

—Vieni con me.

Lo condusse in cucina, lo fece sedere, sturò una bottiglia di Carema, gli sedette accanto, colmò due bicchieri, e levandone uno per toccare gli disse:

—Alle nostre nozze!

Giac diede una crollatina di spalle.—Essa riprese:

—Queste sono due mila e settecento lire che ho raspato in quattro anni di governo. Sono mie. Il padre mi ha detto ogni cosa, bisogna costringerlo, se ti sposo senza il consenso, mi leva dal testamento: è un cane.

—E lei non mi sposi.