—Mia madre?
—Sì, il sermone che ti ha fatto l'altro giorno.
—Oh, Maria! Mia madre andrebbe a piedi fino ad Ivrea a vendere l'anello per far festa al bambino.
—No, credi a me: delle spese ne occorreranno di molte e gravi in questi giorni; teniamoci alle necessarie. Nessuna festa.
Natale diventava rosso e la guardava aggrottato.
—Nessuna festa. Maria, nessuna festa! Nessuna festa a mio figlio?
[pg!202] —I danari è lei che li tiene, se gliene domanderai per sciuparli forse te li darà lo stesso ma ne avrà dispiacere.
—E non sono qui io?—disse il cugino.—Se vi occorre nulla, disponete.
—Piuttosto Natale, piuttosto, ma che non nascano guai.—E con cento lire fu accomodata ogni cosa.
A suo tempo nacque una bella bambina che fu battezzata Maria Maddalena come la madre, ma che in casa chiamarono Lena. Natale si avvicinava alla culla e toccava la bambina come se fosse stata di vetro soffiato. Quando gliela davano in braccio, provava un senso di sgomento; gli pareva che tutta la forza virile che era ne' suoi muscoli dovesse avventarsi su quel corpicino e soffocarlo. Si tagliò la barba per poterla baciare. La sua gran festa era di assistere alla toeletta di Lena; aveva imparato a fasciarla, e come le si sollevasse la testina reggendola sotto la nuca, ma non l'avrebbe fasciata per un impero. Stava fermo a guardarla poppare inghiottendo la saliva come se il latte scendesse in gola a lui e quando l'ingorda che era cercava il seno materno agitando le manine e dimenando con impazienza la testa, egli rideva, rideva, ammirato ed intenerito. Qualche volta, attristatosi al pensiero della prosperità perduta [pg!203] (prima non gli veniva mai quel pensiero), andava a sedere presso la culla e metteva le sue grosse mani da gigante daccanto il viso di Lena e si confortava pensando che finchè quelle gli fossero durate non sarebbe mancato nulla alla piccina.