E Maria Maddalena, come il picchio selvatico che perfora i tronchi beccando sempre nel piccolo cerchio, seguitava a trapassargli il cuore a colpi di ingratitudine. Era venuta la volta di quella scena dopo il ballo dal Lanther, una scenaccia che Lena ne fu malata dallo spavento; e Natale taceva. Poi venne il vizio del bere, e quanto non ne disse di quello! E Natale taceva. Poi la grandigia di un monumento al padre, un monumento così sproporzionato ai loro mezzi di fortuna; e Natale taceva sempre, finchè si giunse a conchiudere, sulla proposta di Maria Maddalena, approvando i vecchi, e col muto e disperato assenso di Natale, che questi riconoscendosi inetto ad assestare le proprie faccende e volendo da quel buon padre che era provvedere all'avvenire della figliuola, avrebbe firmato un atto [pg!224] di procura generale alla moglie perchè questa pagasse i debiti e ristorasse il patrimonio.

Tre giorni dopo la firma dell'atto, Maria Maddalena vendeva al cugino tutto il patrimonio dei Lysbak, valutato a sessanta mila lire, per le venti mila a cui sommava il debito. Fu ben inteso una finta vendita: il cugino s'impegnava secretamente di lasciare a Maria Maddalena ed alla figliuola la reale proprietà ed il possesso delle quaranta mila lire che avanzavano e Natale rimase così spoglio di ogni avere.

Come la cosa fu saputa nel villaggio, si ridestò in favore del poveretto la pietà paesana e tutti lo consigliarono che impugnasse di lesione il contratto. Egli non ne volle sapere; si mise a giornata da questo e da quello a portar carichi di legna e a far commissioni. Il denaro che ne tirava lo metteva in casa e viveva in apparenza così tranquillo come per il passato.

In giugno, Maria Maddalena e la figliuola salirono colle vacche al cascinale della Betta Forca. A Natale rimanevano alcuni lavoretti da sbrigare nella valle, sicchè le raggiunse più tardi.

Il terzo giorno che stava con loro, la mattina mentre mangiava la polenta, Maria Maddalena gli disse netto che se credeva di rimanere lassù s'ingannava, che essa e la Lena vivevano della carità del cugino il quale consentiva per la sua [pg!225] bontà a lasciarle godere quei pochi stabili; ma che il cugino aveva espressamente dichiarato non voler fare a lui Natale nessuna sorta di carità.

Natale la lasciò dire senza nemmeno maravigliarsi. La Lena seduta a due passi divorava tranquilla la sua scodella di polenta con latte guardando il padre con occhio indifferente. Egli si levò e scese piano piano al villaggio.

Per strada, di quando in quando sostava come oppresso da stanchezza, guardava intorno i prati verdi, crollando la testa e mormorando: È finita! È finita! Poi prese a cantare una nenia tedesca dolce dolce con che addormiva la sua Lena piccina:

Guten Abend, gut' Nacht, ecc.

Quella nenia gli giungeva all'orecchio come se un'altra persona l'andasse cantando ed egli ne accompagnava la cadenza col passo e col dimenare del capo. Giunto al villaggio, andò diritto ad un tugurio che la piena del torrente aveva pochi anni addietro mezzo rovinato e di cui rimanevano intatte ma abbandonate dai padroni, due misere stanzette. Vi entrò come in casa propria e seguitò a dimorarvi quieto e solitario, procacciandosi da vivere con far la guida l'estate e l'inverno il manuale.

[pg!226] Io lo incontrai quell'anno istesso, un mese preciso dal giorno che sua moglie l'aveva cacciato di casa.