[pg!243] La mattina verso le dieci, veniva in persona a levarmi dallo studio cui attendevo col babbo e non mi lasciava più fino a tarda notte, mostrandomi sempre una premura materna così sollecita e carezzevole, così continuamente uguale da non lasciar luogo a sospetti intorno alla tranquillità dell'animo suo. Dopo cena, ridottosi il conte nel suo quarto, d'onde non sbucava che all'ora dei pasti, e mio padre in libreria a comporre o a copiare partiture, essa mi chiamava seco nella sua grande e profonda camera da letto, e là, lunga distesa sul canapè, stava ad ascoltare le lamentazioni singhiozzanti ed il chiacchierìo trillato del mio mandolino, cogli occhi chiusi, immobile, come se dormisse.

La ventola della lampada, gettando intorno una penombra nella quale andava smarrita la forma reale di tutte le cose, faceva sorgere dalle tende, dai cortinaggi dell'alcova, dalle stoffe abbandonate qua e là sui mobili, dalla persona stessa della mia ascoltatrice, contorni mobilissimi che secondavano l'errore della mia mente già eccitata dalla dolcezza delle melodie e dal ripercuotersi che facevano nel mio petto le vibrazioni dello strumento. E allora, benchè non prestassi alla musica scritta che un'attenzione prettamente macchinale, all'agitazione repentina che m'assaliva ed a certe note, che, uscite quasi inconsciamente [pg!244] sotto le scosse della mia penna, mi tornavano all'orecchio eloquenti come parole, sentivo correre una misteriosa corrispondenza fra i suoni suscitati dalla mia mano e le forme create dalla mia mente, ed affinarsi e centuplicarsi il mio valore artistico, fino ad esprimere con maravigliosa evidenza i desiderii di voluttà che mi torturavano.

Ma appena mi studiavo di fissare intensamente nell'ombra la contessa per sorprendere in lei alcun segno di interne commozioni, la sua immobilità quasi sonnolenta fiaccava d'un tratto l'impeto delle mie voglie, lasciandomi affranto come per lunga fatica; e se a volte, soffocato dal fiotto di sangue che mi tempestava le tempia, smettevo un istante di suonare, usciva da quell'ombra istessa una parola:—Avanti,—detta con voce così ferma e cristallina, così calma ed innocente, che mi mostravano non essere in chi la profferiva nè impazienze, nè rapimenti, ma bensì una contentezza molle e riposata. Oh quella non era donna da provocare e sostenere le precoci incontinenze di un adolescente. I tumulti dell'anima mia provenivano da me solo, da una immagine di donna eretta dentro di me, dissimile dalla contessa in tutto ciò che poteva sollevarli, somiglianti a lei in tutto ciò che poteva quetarli, perciò, mentre la visione signoreggiante [pg!245] i miei solitari accendimenti, attingeva realtà dalle sue fattezze, la sua presenza mi sedava i sensi, e diffondeva nell'animo mio una tenerezza infantile.

Tale duplice influsso si esercitava man mano più sensibile. Ogni sera, dopo il tempo dato alla musica, essa soleva licenziarmi con due baci schietti sulle guancie, che nel momento di riceverli, mi facevano sovvenire di quelli che a casa ogni sera scambiavo colla mamma, ma giunto nella mia stanza, ma spento il lume, ma assalito e vinto malgrado i proponimenti di resistenza, dalle solite allucinazioni, sentivo quei baci bruciarmi senza tregua le gote come se le labbra della contessa si fossero infitte durevolmente nelle mie carni. Tuttavia, rifattomi padrone della mia volontà, perchè mi vergognavo di tali erramenti, o allentata per la consuetudine la tensione dei sensi, l'ottava sera attesi con più calma alle mie sonate e delle due donne che mi apparivano così diverse nella contessa non vidi più che la vera. Come infatti immaginarla altrimenti che calma e posata, dacchè tale la vedevo ormai da otto giorni ad ogni ora del giorno? Ogni suo atto, che non fosse di premurosa bontà, verso il babbo o verso di me, tradiva una indolente e gaia rinunzia ai piaceri del mondo; perfino il sole o la pioggia, che sono tanta parte della [pg!246] vita oziosa fra i monti, e dai quali si tingono inesorabilmente tutti i nostri pensieri, la lasciavano affatto indifferente, come se nulla di quanto è fuori di noi potesse mordere sul levigato e freddo cristallo del suo cuore.

Giudicate dunque della mia sorpresa, quando una sera, la decima forse o la dodicesima dal nostro arrivo, come fui seco nella sua stanza, invece di allungarsi sul solito canapè, la vidi passeggiare, tenere una dopo l'altra tutte le sedie, tentare diverse letture e smetterle d'un colpo, avvicinarsi alla finestra e rimanervi gran tempo immobile, come per rinfrescarsi ai vetri la fronte. Io la guardavo stupito, e lasciavo di sonare per seguitarne gli atti ed i moti, ed essa, così sollecita le altre sere a farmi riprendere, se mai l'interrompevo, il filo delle note, o non avvertiva il mio silenzio, o mostrava di non curarlo. Che pena mi dava la sua irrequietezza! Un dolore sordo s'impadroniva delle ultime e più recondite facoltà dell'anima mia; provavo un senso di ansietà inesprimibile, una sorta di sbigottimento come se presagissi per la bellissima donna un seguito di sventure senza fine; ma insieme si svegliava e cresceva dentro di me una non so quale baldanza che mi annunziava prossimo il trionfo delle mie memorie e vendicavo le incertezze dei giorni trascorsi. Per [pg!247] meglio vederci e seguire i moti del viso, avevo, con insolito ardimento, levato la ventola della lampada, ed essa non aveva pure mostrato di avvedersene. Sulla fronte e negli occhi le passavano improvvisi corrugamenti e rasserenamenti improvvisi. E sempre tornava alla finestra con una curiosità ansiosa, guardando la notte placida nella gran valle dormiente. A un punto aprì gli sportelli. Il suono grave della Dora entrò nella stanza recandovi una freschezza umida e l'aroma dei boschi resinosi. Non un fiato di vento, non una tenda smossa, non piegata neppure la fiamma della lampada. Essa mi chiamò seco e mi domandò:—Vuol piovere, è vero?—Nella stretta strombatura il mio braccio sfiorava il suo e vi sentivo correre dei piccoli brividi come se il freddo la penetrasse, e ad ora ad ora un rabbrivido più violento, che veniva, quello, veniva diritto dal cuore. Dovevano pure essere basse e nere le nuvole, dacchè non si vedeva nè il cielo, nè le montagne, nè la valle, nè in questa la bianchezza luccicante del fiume. C'era nell'aria come un tanfo di chiuso dove stagnavano i forti olezzi della verdura. Essa protendeva la testa come per tuffarsi nella notte spalancata d'intorno, come per avvicinarsi alle cose invisibili e cogliere il menomo suono prima che venisse smarrito nelle tenebre. Ed io [pg!248] che indovinavo più che non vedessi la fissità del suo sguardo, acuivo il mio e quasi trattenevo il respiro, preso da un'ardente smania di secondarla, come se quell'ignoto avvenimento che essa attendeva con tanta ansietà dovesse colmarmi di una gioia infinita. Come la vidi mutata quando rientrò per un istante nella stanza! Aveva gli occhi asciutti, ardenti, oppressi da una stanchezza dolorosa. L'aria fredda della notte l'aveva fatta smorta e la pelle delle guancie raccapriccita improvvisava sul suo viso una magrezza come di fresca malattia. Tolse dall'armadio una mantiglia di pizzo bianco, un soffio di pizzo, così sottile che non avrebbe velato uno specchio; con una sola mossa della mano se la gittò sulle spalle e ne ebbe tutta ravvolta la persona, poi tornò alla finestra. Sulle foglie grasse dell'orto sottostante picchiolavano allora le prime goccie di piova, il fascio di luce che usciva dalla finestra appariva rigato da rade fila d'argento, dalla gola di Challant aperta dirimpetto al castello, scendeva ingrossandosi un rombo sordo e fra i pioppi in riva al fiume susurrava il vento. Poi il rovescio scrosciò improvviso e rovinoso martellando gli stecconi delle pergole ed i tetti delle case e muggendo per l'aria e sulla terra come un torrente infuriato. E il castello parve subitamente [pg!249] animarsi di una vita agitata e disordinata, come invaso da una folla furente. Chiusi la finestra; a quell'atto la contessa, come se allora soltanto avvertisse la mia presenza, trasalì sgomentata, ma senza che lo sgomento nulla scemasse della strana gioia che le sfavillava negli occhi.

—Sei tu, piccino? Sei qui ancora? Vattene, vattene, è tardi, non senti che tempo? Vattene piccino, vattene, è tardi.

Parlava dolce, sorridendo e ripetendo le stesse parole in cadenza indolente di ritornello, la mente e gli occhi smarriti in qualche visione lontana ed imminente; e già s'era scordata di me e ancora ripeteva:—Vattene, vattene.—A me pareva che un peso immenso mi saldasse alla terra. L'uragano crebbe, il castello risonò più forte di clamori e di fremiti, ed essa mi si piantò di contro imperiosa e mi comandò:—Va via.

Uscii senza lume, e già famigliare della casa, m'indirizzai sicuro alla mia stanza. Chi era levato a quell'ora nel castello? Chi vi camminava? Chi saliva le scale? Tutti gli usci e le finestre erano ben chiusi, solendo il conte ogni sera prima di andare a letto fare il giro della casa in compagnia di due domestici ed assicurarsene paurosamente; eppure correvano per ogni piano e salivano da un piano all'altro rumori [pg!250] secchi e mormorii misteriosi; i soffitti traballavano come sotto il peso di passi e gli usci martellavano a rapidi colpi contro gli stipiti come se alcuno li tentasse. Negli intervalli di calma il vento cigolava negli spiragli delle bussole e alitando terra terra sugli impiantiti vi bisbigliava accenti sommessi e carezzevoli e andava a morire aggirandosi in piccoli turbini negli angoli. La bufera entrava nella casa come persona viva, o irrompente come un forte nemico, o cautelosa come un ladro. Certo se alcuno in quell'ora avesse veramente salite le scale e aperti gli usci e penetrate le stanze, nessuno dei famigli, nè il padrone, per vigilante che fosse, avrebbe sospettato della sua presenza, di tanti piccoli insidiosi rumori si componeva il fragore dell'uragano. Quest'idea mi venne mentre, traversando la sala degli arazzi, sentii rompersi, cadendo sulle tavole del pavimento, una goccia d'acqua, poi un'altra ed un'altra, quasi vi stillasse alcun panno inzuppato. Già entrandovi m'era parso di sentire un romore vivo, cessato di scatto, non al mio apparire poichè era buio fitto, ma al suono de' miei passi. Ristetti un momento. Dovevo attraversare la sala per lunghezza ed uscire sulla scala dall'estremo opposto e benchè poco pauroso per indole, tuttavia quell'idea mi fece gelare il [pg!251] sangue; poi vinsi il ribrezzo e percorsi lo spazio nero camminando impettito e risoluto, ma provando sempre la raccapricciante sensazione di un corpo vivo, ritto nell'ombra e vicino.

Come fui sulla scala, precipitai al piano disotto, e mi chiusi a chiave nella mia cella.

L'indomani la contessa non si mostrò che all'ora del pranzo. A tavola, guardandola, mi maravigliavo di che il conte e mio padre non avvertissero il mutamento seguito nelle sue fattezze. Era trasfigurata; gli occhi illanguiditi le si volgevano nell'orbita con dolcissima e direi immateriale morbidezza, la pelle del viso sembrava più fresca e trasparente, colorirsi e vibrare, nutrita da un sangue più giovane e più sottile; le labbra sembravano fatte più carnose e più soave il suono della voce e più armoniose le parole. L'abbandono delle sue movenze, ond'era ammollita la nativa signoresca compostezza, certe fissità estatiche dello sguardo, certi subitanei sorrisi rammentatori e sopratutto, un non so quale trionfante orgoglio di felicità che la imbaldanziva mi raccontavano della notte passata quanto già ero venuto meco stesso immaginando. Essa amava e l'uomo del suo amore era stato da lei col favore della notte procellosa. D'onde era venuto? Dove s'era nascosto? Chi era? Perchè non appariva traccia di lui? Che non [pg!252] avrei fatto per vederlo in viso! Egli doveva esser bello e nobile come il sole! Non gli invidiavo la sua felicità e non ne ingelosivo, solo sentendomi fatto così interamente estraneo alla contessa, ne provavo un'amarezza infinita, un pungente desiderio di giovarle purchessia dal mio luogo umile, ignorato da lei, pure di essere in qualche modo compreso nell'orbita raggiante in cui si avvolgeva la sua vera vita. Come dovevano essere mortalmente dolci i suoi sguardi d'amore, se dopo tante ore, glie ne durava negli occhi tanta dolcezza!