Quella sera c'era ballo a Corte; ammalatosi il primo violino, la contessa mi aveva proposto surrogante vantandomi per eccellentissimo; bisognava far le prove e improvvisarsi un vestimento. Dalle prove uscii trionfante; a vestirmi pensarono la mia protettrice e le sue cameriere sicchè all'ora del ballo ero lindo, attillato, imparruccato e galante come un signore.
Quando entrai nella sala, fui per smarrirmi [pg!262] per la maraviglia. Quella luce, quella bianchezza raggiante, quei dipinti, la stupenda armonia degli archi e delle volte intrecciate e reggentisi l'una sull'altra, l'altezza che sapeva di tempio, gli ori, gli specchi, le lumiere, le statue, i fiori, tutto ciò mi dava una sorta di sgomento, una vertigine, mi rapiva a me stesso, mi toglieva la coscienza della realtà e la padronanza dei sensi. Rammento che accordando il violino, me ne sentii così fortemente echeggiate nel petto le note da averne tronco il respiro. Tremavo di non poter leggere la musica nè governare la mano. E ancora la sala era vuota. Che sarebbe stato di me quando fossero entrate le dame e la folla dei cortigiani e il Re e la Regina, mio sogno e mio terrore, e sopratutto la contessa colle braccia e le spalle ignude, quale mi s'era mostrata poc'anzi, nel vano di una porta, accomiatandomi e incoraggiandomi al grande cimento? Sentivo muggirmi nel cervello un vento di tempesta, e a chiudere gli occhi mi prendeva il capogiro. Perchè ero lì? Che ci facevo? Mi balenavano alla mente sprazzi di ricordi infantili dimenticati da anni, lasciandomi nell'anima uno strascico di armonie dolci, una purezza chiara e non so quale tristezza che sembrava rimorso. Dal mio posto vedevo tutto lo spazio destinato alle danze. Gli altri palchi che come [pg!263] il nostro, incorniciavano la sala fra le colonne a mezza altezza, erano già pieni di una folla ricca e grave, venuta senza che io l'avvertissi silenziosamente. Tutte le porte in basso, fuori di una sola, si spalancarono insieme e irruppe nel gran vano il popolo delle dame e dei cavalieri che si allineò silente in cerchio fissando, già pronto l'inchino, la porta chiusa. Il maestro levò la bacchetta. Puntai i piedi a terra, come in carrozza quando i cavalli infuriano per le chine...
La sonata finita; ero ancora lì, non mi avevano scacciato, anzi il maestro mi aveva detto contento:—Che arcata, piccino mio!—La Corte era dunque entrata, mi erano dunque bastate le forze e la mente, potevo dunque oramai riposare sicuro.
Ecco la contessa. Com'era bella! Non era il Re quel vecchio che le parlava sorridendo? Eppure i suoi occhi erravano intorno inquieti frugando la folla. Poi il viso le splendette di gioia. Mi riprendevano le smaniose curiosità provate ad Issogne. Oh questa volta, se avessi potuto seguire il suo sguardo, l'avrei scoperto l'uomo del suo cuore; egli era là certo, perduto nella folla varia e festante; ma già sentivo che la superba donna si sarebbe alfine tradita; troppo, troppo gli ardevano gli occhi d'amore. Il Re si [pg!264] volse a parlare con un'altra donna. Ora la contessa discorreva col cavaliere di Valesa; lo riconobbi e mi rinacquero i primi sospetti; ma ridevano insieme sinceramente senz'ombra di turbamento e fu il cavaliere a chiamarle attorno altri signori belli, giovani, gioviali, sfarzosi al pari di lui, ed era un giuoco allegro di motti, di cenni, di sguardi e di risate. Poi cominciarono le danze. La contessa pareva tutta data al corretto governo della sua persona. Mi sfuggiva, mi sfuggiva un'altra volta, già il viso le si era ricomposto, già aveva ripreso il dominio sicuro di sè; eppure il cuore mi diceva: saprai, saprai, lo proverai l'amaro trionfo della certezza, la vedrai rapita e morente squagliarsi per la voluttà e avrai cercato e provocato il tuo martirio e forse la tua rovina. Questa parola: rovina, mi echeggiava ancora nell'anima quando già m'ero rimesso a suonare e aveva finito per sposarsi da sè a certe cadenze musicali che, ricantandomela a sazietà, l'avevano quasi privata di senso. Ma perchè la sentii risonare più forte e minacciosa quando il maestro ci diede l'attenti per il secondo minuetto? Eppure nulla di notevole era seguito nella sala; la contessa mi aveva guardato due o tre volte salutandomi cogli occhi, era sempre attorniata da un nuvolo di cicisbei, rideva e discorreva animatamente.
[pg!265] Ricordo benissimo: era il minuetto di Boccherini, lo conoscevo a menadito, perchè dunque quello sgomento? Nel mormorio confuso che saliva dalla sala era impossibile distinguere una sola parola, eppure, sapevo, come se avessi inteso il loro discorso, sapevo che la contessa avrebbe ballato quel minuetto col cavaliere di Valesa. Quando vidi lui inchinarla e porgerle la mano mi dissi: Ci sei questa volta! e la parola rovina tornò a ronzarmi negli orecchi.
—Non importa, ci sei, ci sei, ci sei!
Stringevo l'arco con mano rabbiosa, come se dovessi con quello far segno al loro destino che li tradisse. Non so come nè perchè, mi pareva che in quel minuetto dovessi entrarci ancor io a fare il terzo fra di loro; mi dicevo: a me! come se mi accingessi ad agire e intanto la coppia aveva preso il mezzo della sala e i primi accordi bisbigliavano pianissimo. Che c'era mai sulle corde del mio violino? Di che pece le avevo confricate? Forse le scintille che rendevano al tocco dell'arco non erano visibili alla gente ma io le sentivo avventarsi in me e saettarmi. I primi inchini furono lenti e strisciati come la musica, ma già i due si godevano l'isolamento della danza e si promettevano scambievoli delizie di sguardi e movenze, e a me tornava il sottile affinamento delle facoltà artistiche già [pg!266] provato nelle morbose sere d'Issogne. Durante la prima parte, quando i violini singhiozzano acuti e sembrano supplicare con grande umiltà alcuna grazia lungamente sospirata, la contessa parve irrigidirsi contro la lusinga dei sensi e delle note e trionfarne interamente durante la festosità chiacchierina della seconda.
Ma fu breve vittoria; alla ripresa, la vidi concedersi per vinta. Allora mi salì alle tempia un soffio di follìa, e senza volerlo e senza che altri me lo impedisse mi trovai ritto in piedi. Non tremavo più, non dubitavo più di me stesso! Guardavo intorno esultante d'orgoglio, cosciente di toccare le più alte cime dell'arte, misurando con lucidezza tranquilla la tirannia che esercitavo inesorabilmente su quel popolo di re, principi, cortigiani e su quella donna mia salvezza e mio tormento. L'orchestra s'era tutta taciuta per la maraviglia del mio sonare, il maestro mi guardava dubitoso di miracolo e le note guizzavano, sgorgavano, rompevano dal mio violino, con voci umane di preghiera e di lamento, con grida umane di gioia, con bassi accenti umani di rimprovero e acuti di angoscia, esprimendo, compendiando, commentando le precoci torture della mia adolescenza, le mie caldezze d'amore e le ironie, e il trionfo della insperata vittoria. Oh non era più una danza quella! Tutti sentivano [pg!267] come io governassi ogni moto della coppia amante, come il mio arco reggesse le fila dei loro destini e come incrudelissi ad affinare loro la delizia di quel momento fino a volgerla in spasimo insostenibile. Dov'era la sapiente simulatrice d'Issogne? Ora, ora bisognava ricomporsi e mentire; rammentavo le sue pose immobili sul canapè, le sue arie innocenti e la storiella della macchia e la mercede che me n'era toccata; e ogni nuova imagine cresceva mollezza e lascivia ai miei suoni. Non era più una danza quella; i passi ed i moti erano voci e parole dichiaranti i più gelosi secreti dell'anima. Non erano riverenze, nè ondeggiamenti della persona non passi corretti di scuola, nè figure predisposte ad arte, ma non so quali genuflessioni adoranti e rovesciamenti come di giunco assalito dalla bufera e procaci profferte e dinieghi cupidi ed abbandoni d'amore. Nella sala stagnava il silenzio ansioso di un'imminente catastrofe. La pazzia che mi era salita alle tempia, soffiava anche su di loro e li travolgeva, la musica dettava e rinnovava angoscie e rapimenti pure seguendo fedelissima le note scritte; il minuetto digradava in ridda, pure serbando la struttura della danza aulica, ma gli amanti, smarriti, incoscienti del luogo e della folla, attingendo scambievolmente uno dall'altro per gli [pg!268] occhi la vita che fuggiva, estatici, deliranti, impallidivano visibilmente come oppressi da una stanchezza mortale.
A una nota strappata aspramente dalla quarta corda del mio violino, la contessa traballò come colta da vertigine e cadde inerte nelle braccia del cavaliere, ed io, toccato il parossismo della follia, scaraventai in aria il violino che piombò spezzandosi nel mezzo della sala e irruppi per fuggire fra i miei compagni che mi trattennero.
Stetti per pazzo alcuni giorni all'infermeria. Guarito e rinsavito, quella scappata mi fruttò un posto stabile di primo violino nella Cappella Regia di Sua Maestà il Re di Sardegna.