—Non mi riconosce?

—Chi siete?

—Giulio, il figlio del musicante.

—Tu?

La carrozza si fermò improvvisamente e già la contessa aveva aperto lo sportello ed era scivolata in terra.

—Aspettami.—Infilò una porticina e sparì nell'andito.

Era spiovuto; una casa gialla dirimpetto luccicava al sole fino allo zoccolo; i cavalli tranquillati scodinzolavano. Era passata una compagnia di soldati colla musica; la marcia risonata un pezzo affievolendosi laggiù lontano s'era taciuta da un pezzo, e via carrozze e portantine quante non ne apparivano in un anno in valle d'Aosta, e gente affaccendata, e signori a diporto. La casa gialla era già ombrosa fino al primo piano, i cavalli insonniti alternavano l'appoggio da una gamba all'altra; una seconda compagnia colla musica era venuta appressandosi di là donde s'era dileguata la prima, e già tacevano le ultime ondate dei suoni.—Dov'è la contessa? Se questa fosse la sua casa mi ci avrebbe fatto salire. Perchè tanta impazienza di venirci? Io glieli conoscevo quegli occhi che [pg!261] mi aveva mostrato or ora; essi mi ricordavano un'altra bufera fra i monti, echeggiata dalle cime alte, la notte, nel castello d'Issogne enorme ed oscuro. Ed ecco sopita la coscienza de' miei dolori e della miseria e rieccomi smarrito un'altra volta dietro gli sguardi d'amore della contessa. La quale giunse alfine, col viso raggiante e appena risalita in carrozza mi prese la testa fra le mani con tenerezza giuliva e mi diede due baci sulle guancie.

—A noi, piccino, tu sei di buon augurio.

Ignorava le mie disgrazie, ne pianse, mi rincorò, mi promise di farmi uno stato; il domani andava a Corte al castello di Stupinigi, dove avrebbe parlato dei fatti miei col Re in persona.

Vi andò infatti di buon'ora, lasciandomi ospite nel suo palazzo. Verso le undici della mattina ecco arrivare una carrozza con un biglietto per me. Il biglietto diceva: Vieni subito.