—Un'altra volta, se anche te ne prego, non badare alle mie paure, ma non ti mettere a rischio di pigliarti un malanno.
Uscii, il cuore grosso di rancore e in luogo di andare a letto, mi appostai nella stanza attigua, risoluto di smascherare questa volta la sua incredibile falsità. La notte passò tranquillissima; il cavaliere di Valesa partì sul fare dell'alba, insalutato ospite, e ricominciò, per non turbarsi più, la calma disperante dei primi giorni. Stemmo ad Issogne un'altra settimana, poi cominciò un giro di lezioni e concerti che non ci permise pure una visita alla mamma, sempre dietro a quel poco guadagno, che fu poco davvero e l'autunno ne inaridì la sorgente.
Quando tornammo in Ollmont la mamma mi parve invecchiata di dieci anni. Era stata malaticcia tutto l'estate e più curante di non farcelo sapere che di guarirne. Dalla faccia stravolta del babbo, capii la gravità del male, dalla [pg!258] sua imprevidenza spendereccia l'imminenza del pericolo. Seguirono i giorni più tristi e più soavi della mia vita e li ripenserei quasi con dolcezza se l'agonia della poveretta non fosse durata oltre il nostro timore ed oltre, ahimè, le nostre risorse. Con queste mancò a mio padre la forza di simularsi allegro, e la morte trovò una casa e degli animi degni di lei. A segno che venne due volte in un mese.
Mia madre morì la vigilia di Natale, mio padre il 18 gennaio.
Eravamo scesi insieme in Aosta per suonare ad un ballo: appena terminata la festa alle sei della mattina c'eravamo incamminati a piedi verso Ollomont; a Porossan il babbo cominciò a battere la febbre, ma si trascinò fino a casa, dove morì l'indomani di polmonite.
Come vissi quell'inverno non lo so dire; certo di carità, poichè mia madre e mio padre ebbero la sepoltura dei poveri; ma se dovessi nominare i miei benefattori non lo potrei, tanto quei primi mesi fui sbalordito dal colpo.
Colla primavera mi tornò l'uso della mente e la voglia di vivere, ma i miei paesi mi serravano il cuore; provavo la nostalgia delle terre luminose e calde dove era nato mio padre e che io non avevo visto mai. D'altronde avevo aperta una sola via di guadagno, la musica, e per questa [pg!259] bisognava uscire dalla valle d'Aosta. Pensai di richiedere protezione alla contessa di Challant e sul principio di maggio me ne partii pedestre alla volta di Torino.
Entrai in città con un temporale che mi accompagnava senza pioggia da due ore; lo scroscio mi colse nella via della Doragrossa; in un minuto ebbi i rigagnoli alla pelle e nel mezzo della via l'acqua spumeggiò a mulinelli come un torrente. Riparai sotto un portone affollato di popolo; la gente rideva di un povero cocchiere che accecato, fradicio, e appesantito dalla piova, dal cassetto di un carrozzone sudava a frenare due cavalli imbizzarriti, mentre dall'altra parte della via sulla soglia di una bottega di mercante, una donna superbamente vestita, badava a fargli cenno che traversasse per accostarsele; ma le bestie, spaventate dalla zanella gonfia, s'inalberavano e rinculavano. E la gente a ridere, e la dama a crucciarsi quasi disposta al guado, se non che il mercante con grandi premure ne la tratteneva. Pensate se giubilai riconoscendo la contessa di Challant. Mi slancio nel diluvio, la raggiungo la prendo in braccio, la depongo in carrozza, e vi salgo seco.
—Presto, gridò la contessa al cocchiere.
Io tacevo ansimante, ancora maravigliato del mio ardimento. Dopo alcuni minuti essa riavutasi, [pg!260] trasse la borsa e senza guardarmi, mi porse uno zecchino d'oro.