La contessa ruppe in una risata spasmodica invincibile e più il marito si adoperava a farsi perdonare il sospetto, più essa gli trillava sul viso l'oltraggio dei gorgheggi singhiozzanti che finirono per metterla in fuga, e dietrole il pover'uomo, preso anch'esso da quella irresistibile ilarità. Io rimasi, udii con un senso di pudibondo disgusto le risa salire su per la scala, finchè un uscio sbattuto con violenza mi disse che la contessa s'era chiusa nel suo quarto. Il conte respintone ridiscese.
Lo stesso giorno il castello ebbe una visita: il cavaliere di Valesa, venuto a cavallo dalla sua terra di Montaldo presso Ivrea.
Al primo vederlo, giovane sui ventotto anni, bello di viso, maschio ed asciutto di forme, elegantissimo, un secreto avvertimento mi disse: Eccolo.
[pg!256] Ma sbagliavo: Il cavaliere, dimorato un pezzo a Parigi, era poco familiare colla nobiltà piemontese; la contessa lo conosceva appena; il conte dovette rammentarle fatti e circostanze per richiamarglielo alla memoria.
Malgrado la presenza dell'ospite, mio padre ed io ebbimo l'onore di cenare coi padroni; io non ben persuaso, osservavo la contessa ridiventata oramai la marmorea donna dei giorni innanzi. Qualche volta gli occhi del cavaliere sembravano tradire occulte tenerezze e desiderii d'amore, ma essa ne sosteneva gli sguardi con verginale ignoranza.
Dopo cena mi chiamò seco al solito nella sua camera, lasciando il cavaliere che doveva dormire in castello, col conte e con mio padre. Ed eccomi di nuovo al mandolino ed eccola di nuovo distesa sul canapè, gli occhi chiusi, attentissima. Io tremavo m'avesse a ringraziare della mia bugia locchè m'avrebbe messo in imbarazzo; ma non ne disse parola. Mi godevo l'orgoglio d'avere un secreto con lei, di sapermela tacitamente riconoscente. Ma, quando fui per andarmene:
—Non hai tu sofferto?—mi disse.
—Di che?
—La notte passata, traversare il cortile con quel tempaccio!
La guardai trasognato. Come poteva fingere [pg!257] a quel modo, con gli occhi tanto sinceri? Se veramente avessi compito l'impresa notturna, non m'avrebbe parlato altrimenti nè guardatomi con più limpidi occhi. Nel primo stupore pensai che ci avesse creduto ancor essa ma la favola implicava un suo intervento diretto e lo sapeva bene che avevo mentito. Ebbe il coraggio di aggiungere: