—Non ve lo domando.
E seguitava a guardare me ed il taccuino, coll'aria di un uomo pentito d'avere attaccato discorso, nè mi valsero i ragionamenti coi quali volevo persuadergli che non ero nè un carabiniere travestito, nè un esattore, nè altro agente fiscale, come io credevo temesse. Ma non era questa la sua paura, e più insistevo ad abbonirmelo, più lo trovavo riluttante, finchè stretto dalla mia insistenza e fissando con occhi sempre più stralunati il taccuino e facendosi il segno della croce, balbettò già volto alla fuga:
—Vous pouvez être le diable!
E scappò via.
Aveva temuto ch'io volessi segnare il suo nome nel registro dei dannati per l'eternità.
Certo il vecchio, tornato in paese, raccontò d'essersi imbattuto in Bergniffe, perchè la paura muta in certezza ogni sospetto! E la vivacità del suo racconto e il suo visibile smarrimento, vinsero [pg!297] forse la miscredenza dei pochi spregiudicati. Che discorsi quella sera! Se il diavolo non fosse agli sgoccioli, la leggenda sarebbe creata. E chissà che non vada già formandosene il nucleo primitivo, che poi svanirà come una bolla, stretto dalla crescente incredulità. O forse il Demonio è più accorto che non si creda e muterà col tempo nome e forma, ma non sostanza ed argomenti. E forse del mio passare sulla terra, non rimarrà fra cent'anni altra vestigia, che la storia del vecchio spaccalegna e dello spirito maligno. [pg!298]
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[I SOLITARI]
a neve sull'alta alpe è di ogni stagione. Ma l'estate, la terra tutta calda di vita germinativa la respinge; i fiocchi radi e leggieri svolazzano a lungo per l'aria aggirati dal vento e sfiorato appena il sommo delle erbe, si squagliano e svaniscono, come le monachine quando vanno a letto. Tuttavia la gente del luogo li guarda con tristezza temendo che un capriccio di stagione non li insaldi durevolmente alla terra. Quando il terreno dura bianco per lo spazio di due giorni c'è da temere che non imbruni più. Allora l'estate precipita di colpo nell'inverno che la neve precoce fa presagire rigidissimo. Lassù l'anno ha [pg!300] due sole stagioni: le estreme. Come in Giugno l'ultima crosta di neve cova l'erbe già vigorose e quasi fiorite, sicchè da un giorno all'altro dove prima era tutto bianco il terreno appare tutto screziato di colori vivi, così in Settembre e talora al finire d'Agosto, una sola notte trasfigura la terra e di giardino la rimuta in deserto. Mancano a quelle alture le cangianti trasparenze primaverili e i languori autunnali; la vicenda delle stagioni vi è aspra e violenta come la struttura dei luoghi. E colla vicenda delle stagioni, la vita animale che l'accompagna e ne consegue. Giugno in un sol giorno reca alle alture tutti gli abitatori estivi, apre i casolari, li riempie del popolo tranquillo e taciturno dei pastori e del gregge sonoro: Settembre in un sol giorno spazza via uomini ed animali, chiude le case e fa muti tutti gli echi delle montagne. La giornata della partenza è festosa. Il popolo migrante serpeggia a frotte per le chine, si nasconde nei seni, riappare sulle spianate, prima la mandria poi i mandriani. I mantelli macchiati o bruni delle vacche, l'argento dei sonagli, la sottana rossa o nera delle donne, la giubba biancastra dei pastori, e il fardello che portano, coperte fioreggiate, stoviglie e grossi paiuoli rubicanti al sole come scudi, fanno insieme una giostra abbarbagliante di colori, che contrasta e s'intona col verde [pg!301] ancora fresco e giovanile dei prati. Uno scampanellare continuo scaturisce da principio d'ogni parte della montagna, finchè vanno i diversi accordi ingrossando in uno solo a mano a mano che le frotte diverse si confondono calandosi nell'enorme imbuto della valle. Di lontano, quell'accordo rammenta le allegrie dei campanili il giorno di Pasqua. Lo ascoltano dall'alto i pochi valorosi che vi dimorano tutto l'anno e vi sentono l'estremo saluto che manda loro il consorzio umano da cui vivranno separati per otto eterni mesi. Separati e vicini. Ma li disgiunge tanto ostacolo di pericoli e disagi e così profonda diversità di clima e di consuetudini, da credersi essi confinati agli estremi limiti del mondo. Dal giorno che gli ospiti estivi lasciarono l'alpe, ai pochi rimasti è tolto il ricambio delle attività umane; cessa loro la norma del dare e dell'avere. Oramai della famiglia umana non vedranno più che le atroci miserie ignote alle genti e dell'uomo non potranno mostrare se non la parte divina: la pietà soccorritrice. Dal mondo altro più non aspettano che occasioni di sacrificio e di eroismo. Mentre nella valle e più al piano il sole è ancora torrido e le vendemmie cantano sui colli, mentre i laghi e le pendici formicolano di gente festosa e suona intorno per la campagna la dolce egloga autunnale, ad essi già pesa sul capo il [pg!302] basso cielo e sta nel cospetto la spettrale bianchezza dell'inverno.