All'ospizio del Gran San Bernardo si contano in tutto l'anno dieci soli giorni interamente sereni; la media annua della temperatura vi è inferiore a quella del formidabile Capo Nord, vi sono frequenti gli inverni di nove mesi, durante i quali il termometro oltrepassa spesso i 30 gradi R. sotto lo zero. La neve non vi scende a falde fuorchè in estate; l'inverno è un tempestare furibondo di minutissimi cristalli ghiacciati che entrano col vento per ogni dove, si aggirano pulviscolo gelido nelle stanze, e non c'è porta o finestra che li respinga. Tuttavia, benchè quello del Gran San Bernardo sia riputato, e con ragione, il più disagevole e pericoloso fra gli ospizi, credo che ve ne hanno altri di più penoso soggiorno. Là almeno, una certa regola monacale inganna il tempo e fa meno amaro l'esilio. Vi sono parecchi padri e un discreto numero di novizi. La giornata è spezzata da occupazioni disparate: pratiche religiose, studio, scuola, osservazioni scientifiche, governo della casa, ispezione dei valichi. Nessuno, sia pur magro fatterello della giornata, passa inosservato a quei solitari. I piccoli rancori scambievoli, i piccoli sotterfugi, le congiure sorde per conseguire minuscoli intenti, ogni [pg!303] parola e l'accento di essa, ogni leggerissima infrazione alla regola, la durezza di un comando, la lentezza nell'ubbidire, diventano fieri avvenimenti che agitano quegli ingegni e quegli animi più che non facciano di noi le grosse vicende della politica o della borsa. Dove sono in quattro a tavola, si discorre. Quella gente che legge più libri e con più intensa attenzione che nessuno di noi, trova in ogni libro molte più cose che noi non sapremmo. Benchè remoto dai centri popolari, ogni uomo colto o produce o rinnova ogni giorno un certo numero di idee e nelle ore dei ritrovi queste, esposte nel crocchio, colpiscono le menti impazienti di moto, vi germogliano come in buon terreno, si allargano in corollari, sollevano dispute, nutriscono i discorsi. Le amicizie devono serrarsi e caldeggiarvi con impeti d'amore. La sera, nella grande e confortevole sala da pranzo, qualche novizio suona il cembalo o l'organo, doni di munifici visitatori. La grandezza degli spettacoli circostanti, la violenza dei fenomeni, quel sentirsi così lontani dagli uomini e dai dolci affetti umani, l'imminenza continua di orrende catastrofi, le frequenti preghiere, la coscienza di un grave ed austero dovere compiuto, provocano certo in quegli animi e vi mantengono una sorta di esaltazione poetica, che li fa vibranti [pg!304] ed echeggianti. Come devono risuonare in quel silenzio claustrale le armonie della musica sacra! Quanti ricordi infantili, quanti propositi di virtù, quanti impeti di tenerezza soffocati e rinascenti, quante piccole vipere tentatrici devono suscitare in quei cuori! I piccoli consorzi sono il compendio dei grandi; dove l'uomo trova un compagno in cui rispecchiare le proprie infermità, non può dirsi intieramente infelice.
Ma vi sono ospizi dove tale compagno non esiste. Al Piccolo San Bernardo vive da trent'anni un uomo che la solitudine invernale divezza ogni anno dall'uso della parola, cosicchè al primo giungere dell'estate egli dura fatica a discorrere. Là non convento, non regola, non confratelli e non novizi. L'ospizio appartiene alla Religione dei Santi Maurizio e Lazzaro che lo mantiene in discreto assetto; ma perchè ivi è minore l'affluenza dei viandanti e meno pericoloso il valico, non vi dimora che un rettore con due servitori e due vecchie domestiche.
L'abate Chanou, cavaliere e canonico, è un uomo colto, socievole, argutissimo, austero e gioviale, innamorato della montagna, curioso osservatore de' suoi fenomeni, tutto fervente di zelo scientifico. Venne giovanissimo a reggere l'ospizio e non volle più dipartirsene, malgrado le vistose offerte che gli rinnova spesso il vescovo [pg!305] d'Aosta, di prebende o di canonicati.—Salì povero, e dura tuttavia. Al suo primo giungere fuori del messale sull'altare e del libro dei passeggeri, non c'era, in tutta la casa, traccia di carta stampata o manoscritta. Ora il suo studio ha le pareti raddoppiate di scaffali, dove stanno alla rinfusa le opere di San Tommaso e quelle di Herbert Spencer, e Marco Polo discorre con Livingstone e Stanley, e l'Imitazione di Cristo stupisce di trovarsi daccanto la Fisiologia del Claude Bernard, e Victor Hugo fiancheggia Bossuet e Fénelon. È abbonato alla Revue politique et littéraire, e Revue scientifique uno dei più vivi periodici di Francia e ne possiede tutta la collezione fin da quando la si chiamava: Revue des cours littéraires et scientifiques e stampava le lezioni professate all'Istituto di Francia ed alla Sorbona. Tutti libri raccolti coi quattrini del magrissimo stipendio, del quale non camperebbe a Roma lo spazzino di un ministero.
Durante alcuni anni, salì l'inverno all'Ospizio uno strano tipo di vecchio cospiratore e vi rimase un mesetto a legarvi libri e giornali. Era un piemontese, già guardia doganale, poi nel 1831 congiurato repubblicano e come tale condannato a morte e costretto a fuggire di patria. In esilio, imparò l'arte del legatore, ma o difetto di metodo o di costanza, passò d'uno in altro [pg!306] mestiere, finchè dopo varie e fortunose vicende, finì spaccatore di ghiaia lungo le strade della Savoia francese e repubblicana. Il nostro prete andò a stanarlo in qualche buco di vallata dove l'inverno le strade hanno un metro di neve, e vistolo affamato e senza lavoro, pattuì con lui che ogni inverno sarebbe salito all'Ospizio per riprendervi lo strettoio e le correggiuole dell'antico pacifico mestiere. Quelli furono, nella vita dell'abate, gli anni buoni e ridenti. Il vecchio aveva visto mille cose coll'occhio savio del filosofo disperato e pare le raccontasse a tratti vigorosi ed efficaci. Il prete, troppo colto per compiacersi di conversare coi domestici, trovava in lui un interlocutore immaginoso e paziente. L'indole irrequieta del cospiratore, domata dagli anni e dalla miseria, si confaceva colla tranquilla e riposata indole del romito attivato dalla curiosità scientifica e letteraria. Entrambi amantissimi della lettura, un inverno divorarono insieme il romanzo postumo del Flaubert: Bouvard et Pecuchet, pubblicato nella Revue politique. Mai il verbo divorare applicato alla lettura di un libro corrispose più giustamente all'azione. Noi sfioriamo la mensa intellettuale di un libro: quelli tornano dieci volte allo stesso piatto e non ne lasciano briciola. Quella lettura li lasciò caldamente ammirati.
[pg!307] —È degno di stare coi libri del Walter-Scott, e coi poemi in prosa del Chateaubriand, mi diceva l'abate, cui nessuna meschineria critica soffocava la larga ed ingenua facoltà di ammirare.
Un anno il legatore non salì. Come venne la bella stagione, l'abate domandò di lui nei paesi vicini, ma nessuno seppe dargliene notizia. L'ultima volta era partito dall'Ospizio malandato e povero in canna come sempre; ma di trattenervisi non si parlava nemmeno tanto gli durava la natura nomade e irrequieta. Al mestiere di spaccar ghiaia, non ci doveva più reggere; le mani gli tremavano ed erano più le martellate sulle dita che sui ciottoli. Povero vecchio! Sarà andato a morire in qualche stalla giù nelle valli Savoiarde, fra gente ignota, o forse sul margine stesso della strada al cadere di una notte invernale, indebolito dalla fame e dal freddo.
E tornò al prete la dura solitudine: i domestici rifugiati nella stalla, egli in libreria. Se non che, qualche volta, preso dalla impazienza di una voce umana che parlasse, non il gergo valdostano, ma la lingua letteraria, conforto e sollievo del suo spirito, si recava, nelle giornate senza vento, ad un luogo vicinissimo donde sillabando ad alta voce di contro l'Ospizio, le pareti gli respingevano intera e netta ogni parola. L'eco era diventata il suo interlocutore. Una volta, ed [pg!308] era d'estate, lo intesi sfogare con quel docile dialogista certi suoi ardori patriottici d'italiano, offesi dalla impertinenza di alcuni ufficiali francesi passati quel giorno dall'Ospizio. Capitai all'improvviso, mentre scagliava contro l'innocente parete le sue invettive e ne risi; ma quando m'ebbe detto ridendo bonariamente che quell'eco era la sola buona compagnia che egli avesse per otto mesi d'inverno, mi sentii stringere il cuore per la pietà. Un animo così caldo, una mente così attiva e socievole, dalle membra così agili, seppelliti per tanto tempo in quella tomba nevosa!
E certe volte, sono vitaccie da rischiarci la salute e la vita.
Rammento una visita che feci all'Ospizio parecchi anni or sono. Arrivai che annottava. Alla seconda casa di rifugio mi aveva colto la neve e il cantoniere voleva persuadermi a passarvi come che sia la notte, minacciandomi se partivo, Dio sa che pericoli. Ma era l'undici di settembre, e non mi pareva che in così bella stagione dovesse la neve durare tanto da far paura. Ero solo e quindi non trattenuto da riguardi cortesi; in un'ora al più sapevo di poter giungere all'Ospizio e mi rimanevano due ore di giorno. Ma la nevata fu proprio delle buone, di quelle che in due ore, al piano, colmano i fossati ed annullano le siepi e lassù in alto addolciscono [pg!309] le chine troppo scoscese e le fanno traditrici. Dopo mezz'ora ero seriamente pentito, ma tardi; benchè non fossi che a un terzo di cammino (tanto la neve mi contrastava il passo); tornando, avrei dovuto tenermi indosso gli abiti inzuppati e induriti dal gelo, mentre all'Ospizio mi aspettava la mia valigia che vi avevo mandata la mattina da un carrettiere diretto alla Savoia.
Dunque arrivai che annottava. L'abate, che la vigilia avevo avvisato della mia prossima venuta, era inquieto, benchè mi facesse più giudizioso di quello che sono e si studiasse di immaginarmi rifugiato al caldo ed al sicuro. Mi strapazzò come un cane, mi abbracciò come un amico e mi allestì una cena luculliana. Un fritto di patate, una scodellata di minestra al latte, un pasticcio di spinaci, una costola di capretto, e due bicchieri di vino dell'Inferno, di quello che fanno i vigneti di Liverogne e che procacciò forse a quel villaggio il nome rablesiano che non si merita.