Dopo cena passammo nel suo studiolo e seduti tutti due a cavallo della stufa cominciammo a discorrere. Seguitava a nevicare serrato e dalle gole savoiarde soffiava un vento feroce che rompeva ululando alla casa e abburattava la neve nello spazio vuoto fra le doppie impannate. Un tempo perverso!

[pg!310] Bisogna sentirle in Dicembre queste sinfonie, mi dice il prete; non c'è grido, urlo, fischio, lamento e singhiozzo di uomo o di belva, che non echeggi e muggisca nello spaventoso concerto delle bufere invernali. A volte si odono degli a-solo che fanno raccapricciare: sibili lunghi e trillati e gemiti che sembrano di moribondi s'innalzano sulla scompigliata onda dei suoni. Allora i cani dell'Ospizio ululano funestamente e si rannicchiano tremando, e nella stanza più riposta, malgrado le muraglie da fortezza e le doppie imposte e gli usci doppi e le bussole ed i coltroni, la fiammella della lampada, accesa tutto il giorno, sventola da averne le traveggole.

Mentre discorreva, lo vedevo tendere l'orecchio come a suoni lontani, poi scattò in piedi e disse:

—Che diavolo succede?

Anch'io avevo inteso dei suoni, ma questi mi parevano tanto corrispondere al discorso intavolato che li attribuivo ad un errore della fantasia. Era un urlo gigantesco nel quale si distinguevano mille urli minori; sembrava la chiamata, il lamento supremo e disperato di un essere mostruosamente grande che si avvicinasse lentamente, a cui rispondeva un non so quale allegro accordo di suoni metallici che stringeva il cuore d'angoscia e di paura.

[pg!311] Il prete chiamò i domestici e uscimmo sul ripiano della scaletta esterna che domina la strada.

Dal versante italiano ci giungeva un coro di muggiti nettamente distinto e lo scampanellare di una sterminata mandra di bovine.

—Ah, la fiera! la fiera! gridò il prete atterrito, vengono dalla fiera; hanno voluto passare a dispetto del tempo, quei muli di Savoiardi! Modesto, aprite le stalle e spalancate bene la porta che non s'ammazzino a cornate nella furia d'entrare; lumi, lumi, lumi all'uscio della stalla, e voi Giacomo al fieno, aspettate che ci vengo anch'io, e anche voi, mi disse, animo! qui bisogna darsi attorno; è una grande disgrazia, vedrete, una grande disgrazia! Dorotea, vino bollente e minestra, e scendete quanto si può degli abiti miei, anche quelli da prete, e presto presto.

Poi traversammo la strada affondando fino al petto nella neve e fummo alle stalle ed al fienile, donde a grandi bracciate levammo quanto foraggio capivano le mangiatoie. Bisognava fornirle prima che capitasse la mandra che poi nella confusione non c'era verso, e spicciarsi a battersela, che le povere bestie spaventate ed affamate non ci cogliessero sul loro passaggio, che ne andava forse della vita. Dio sa come sarebbero entrate a precipizio là dentro!

Oh, non entrarono a precipizio povere bestione [pg!312] moribonde. A dugento passi dalla casa, malgrado il vento ed il frastuono, le si sentivano soffiare per la immane fatica che facevano a rompere col petto la muraglia di neve che le contrastava. Perchè erano venute man mano affondandosi e le zampe toccavano il suolo duro, cosicchè ad ogni passo mettevano il muso sull'enorme scalino bianco, continuamente rinnovato. Vedendo quei lumi accesi e quella gente in aspetto, le prime si fermarono guardandoci coi grandi occhioni stupidi e levando il muso per muggire, ma il fiato rotto mozzava loro la voce; e intanto ne venivano, ne venivano serrate le une sulle altre, a cinque a sei di fronte, ammantellate di neve, grondanti acqua e sudore, pazienti, acciecate dal vento, non avvertendo nè il camminare nè il sostare, avanzandosi perchè spinte dalle giungenti, sostando perchè impedite dalle giunte. Le prime s'erano avviate alla stalla e già vi riposavano, ma la stalla poteva capirne una trentina, facciamo quaranta a pigiarle, e già era piena e riboccava che la mandra non pareva scemata d'un capo.