Intanto la mandra abbandonata muggiva di [pg!315] sotto come un uragano e fra i muggiti salivano rantoli di moribondi e gemiti che parevano umani. Poi, frustata dal gelo, la turba oscura si ripose in cammino; tutta la notte giù per le balze dirupate che scendono alla Savoia s'intese lo scampanellare degli accordi e mugolii isolati di vacche smarrite.
Io non so bene quante ne morirono o gelate o precipitando dai burroni, ma furono assai. Parecchie, guidate dall'istinto, andarono dopo sei o sette ore di cammino, a picchiare agli usci delle stalle savoiarde; altre giunte alle basse regioni dove non era neve, si fermarono nei pascoli in attesa. Dalla stalla dell'Ospizio due furono levate morte sformate e parecchie ferite, e l'indomani, partendo, i negozianti piangevano come fanciulli, mentre il sole improvvisava rigagnoli nella neve e nel cielo purissimo scintillava la vetta del Monte Bianco.
Quello che dicevo or ora dell'eco mi richiama in mente un altro prete montanaro.
Siamo in un paesucolo invisibile in capo della Val Chiusella. Invisibile, perchè le case sparse lungo la valle sono così discoste l'una dall'altra che a nessuno viene in mente di raccoglierle alla unità ideale di paesello. Una povera chiesa, una povera catapecchia parrocchiale, un pilone colla scritta: Albo pretorio, ecco il Comune. [pg!316] Ivi fu parroco per molti anni un brav'uomo, studioso e mite. Certe volte l'inverno, la messa domenicale non ha un solo ascoltatore, tanto è l'impedimento della neve; ed egli pontificava servito dalla domestica, una vecchia sorda e brontolona. Compagno unico delle sere invernali gli era un loquacissimo pappagallo. Le rare volte che capitava gente, il pappagallo strillava: Ai arrrme! (all'armi!) con piglio sergentesco. Poi discorreva col prete.
Io intesi questo dialogo, mentre il brav'uomo stava preparandomi una tazza di caffè.
—Provost que chi fè?—Fou 'l cafè.—Fè 'l cafè? (Prevosto che fate?—Fo il caffè.—Fate il caffè?) e terminava, in un Ah rauco di approvazione.
La sera alle undici, mentre il prete stava immerso nello studio, il pappagallo, gli diceva imperiosamente:—Provost 'ndoma a deurme?—(Prevosto andiamo a dormire?) e il padrone obbediva, persuaso che quelle parole corrispondessero ad un pensiero scaturito nella mente dell'uccello, ed esprimessero una sollecitudine affettuosa. Errore, credo, volontario, perchè quello non era uomo da attribuire senno ai pappagalli.
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