Forse sì! Chi conobbe Garibaldi sa che nessuna idea durò mai maggior fatica a entrare nel suo cervello, dell’idea di legge. Egli è morto, certamente, senza intendere, soprattutto senza essere persuaso, che la legge è vincolo inviolabile, universale, uguale per tutti, e perenne, finchè un’altra legge, allo stesso modo deliberata da un legislatore altrettanto legittimo, non l’abbia abrogata e mutata. Per lui non vi furono mai altre leggi che quella della sua coscienza; e tutte le volte che egli trovò sul suo cammino la legge civile, se n’ebbe la forza la infranse, se no ne subì il giogo; ma giudicandola in cuor suo una violenza e una tirannía. Epperò la legge della neutralità di San Marino che cos’era ella mai in faccia a quell’altra gran legge superiore, che impone a tutti di soccorrere la virtù sventurata e di proteggere i deboli perseguitati; od al cospetto di quell’altro dovere d’un ordine meno alto, ma non meno imperioso, che prescrive a tutti gl’Italiani, e i Sanmarinesi lo erano bene, di difendere i loro fratelli di patria contro lo straniero? Per questo, senza affermarla recisamente, ripetiamo l’opinione nostra che la prima idea, onde Garibaldi fu mosso verso San Marino, fu quella di chiedere alla Repubblica, se non propriamente un’alleanza pubblica, una complicità segreta; e che soltanto più tardi, forzato dagli eventi, mutò i suoi propositi e moderò le sue pretese.

V.

Ma che non gli restasse più oramai altro rifugio fuorchè il Titano, lo dimostra da sè solo il fatto che se un altro ne fosse esistito, egli l’avrebbe scoperto. Oramai la sua non era più una ritirata: era una fuga; fuga di leone ferito che si rivolta di tratto in tratto, e mostra le zanne al branco dei cacciatori che lo persegue, ma fuga irreparabile. La colonna austriaca girata a Sant’Angelo in Vado, appena scoperta la sua direzione, gli si era posta tostamente alle calcagna; la colonna dell’arciduca Ernesto continuava ad inseguirlo dal lato opposto; un’altra colonna era già in moto da Rimini; San Marino era, può dirsi, circondato, e non lasciava più altro spazio di mezzo, se non quello per l’appunto che occorreva alla colonna Garibaldi per continuare a fuggire. Ed anche il fuggire diveniva d’ora in ora più difficile. Le retroguardie garibaldine toccavano quasi l’avanguardia degli Austriaci; e uno scontro era imminente. Garibaldi però studiava il passo; e la sera del 30 luglio, giunto a poche miglia dal Titano, spediva innanzi il Padre Ugo Bassi per chiedere al Governo della Repubblica il passaggio della colonna sul territorio sanmarinese, e i viveri occorrenti. Il Primo Capitano Reggente Belzoppi accolse benignamente l’oratore; ma rispose che i doveri della neutralità gli vietavano assolutamente di assentire alla prima sua domanda: «Quanto ai viveri era questione d’umanità, e se le truppe di Garibaldi avevano fame, la Repubblica le avrebbe fornite del necessario; all’indomani, però, ed al confine, che non dovevano in qualsivoglia caso oltrepassare.»

Il Bassi accettò per conto suo i patti; ma ripartito per riferirli al suo Generale, lo trovò già in cammino. Gli Austriaci infatti, raggiunta la retroguardia garibaldina, l’avevano attaccata, e poichè ormai lo sconforto e la demoralizzazione avevano spento ogni valore, messala facilmente in rotta, mietendone feriti e prigionieri e togliendo loro l’unico cannoncino, che scaraventano, grande trofeo e grande vendetta, in un vallone. Allora il Condottiero si persuase che tutto era finito, e senza aspettare nemmeno la risposta del Bassi, si decise a varcare il confine della Repubblica; e alle 7 antimeridiane del 31 luglio giunse sotto le mura di San Marino. Grande al suo apparire fu l’allarme de’ Sanmarinesi; ed altro non potendo, inviarono a Garibaldi per intimargli non oltrepassasse la porta della città. E di ciò furono paghi incontanente, chè Garibaldi stesso si pose in faccia alla porta per impedire alle sue truppe sopravvegnenti che passassero oltre, ordinando loro s’arrestassero nel Borgo e nel Piazzale esterno, chiamato lo Stradone. Ma circa alle 9 del mattino stesso avendo il Reggente mutato consiglio e invitato Garibaldi a salire in città, questi non se lo fece ripetere; e cavalcato più che frettoloso al palazzo della Reggenza, vi trovò il Belzoppi disposto a qualsiasi transazione potesse conciliare la dignità e la incolumità della Repubblica coi doveri dell’asilo e dell’umanità. Però neppure il Condottiero fu esigente. «Solo una forza maggiore della mia volontà, disse, mi costrinse a violare il territorio della Repubblica; non chiedo per me e la mia gente che il vitto quotidiano e un temporaneo rifugio. Quanto alle armi siamo pronti a deporle, se il Governo di San Marino s’impegna a farsi nostro mediatore presso i Comandanti austriaci, e ottenerci salve la vita e la libertà.»

E il Reggente assentì a tutti i patti; accettò il mandato della mediazione, assicurò de’ viveri, e null’altro scambio richiese che una rigorosa disciplina ai soldati e la sicurezza delle persone e delle sostanze. «Ed io vi ringrazio (replicò Garibaldi), e vi prometto che nella breve mia sosta, se i Tedeschi non mi attaccano, io non li attaccherò.» Così accommiatatosi, andò a prender stanza nel convento dei Padri Cappuccini, posto fuori della città in un luogo alto, pittoresco e strategico insieme, d’onde poteva dominare tutti gli accessi della città. Ivi Garibaldi, fatto sgombrare il convento dai soldati che vi si erano arbitrariamente acquartierati, e raccomandato loro con severe parole la disciplina, il rispetto alle persone e alle cose, comminando la fucilazione a chiunque vendesse oggetti d’equipaggio e d’armamento; si ritrasse a scrivere l’ordine del giorno ormai noto, col quale scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornar alla vita privata:

«San Marino, 31 luglio 1849.

Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»

VI.

Intanto il Governo di San Marino faceva il primo passo per ottenere dall’Autorità austriaca i patti da Garibaldi richiesti. E poichè noi troviamo di que’ negoziati ampio ragguaglio nello scritto d’un Aretino, reazionario nell’anima, ma che, per la sua qualità di consultore militare della Repubblica di San Marino, potè attingere le prove de’ particolari narrati a fonti sicure, e come suol dirsi, ufficiali; così cediamo a lui per breve tratto la cura del racconto.[156]

«Frattanto, la Reggenza aveva spedito al general maggiore De Hahne, a Rimini, il segretario generale di Stato consigliere Giovanni Battista Bonelli, e il tenente Giovanni Battista Braschi al generale maggiore arciduca Ernesto, che inoltravasi nella direzione di Fiorentino, con incarico di partecipare l’accaduto agli austriaci duci, di scandagliarne le intenzioni e d’intercedere una capitolazione a favore di Garibaldi. Il tenente Braschi, che per la fretta aveva lasciato d’indossare l’uniforme, videsi arrestato dai Bersaglieri imperiali della prima linea, e a stento, mostrando il dispaccio e declinando la qualità di parlamentario, potè giungere sino al Vascone di Fiorentino, ove incontrò l’Arciduca con duemilacinquecento uomini trafelati dal caldo, esasperati dalle inutili marce, e impazienti di combattere e terminare con una decisiva fazione la disagiosa campagna.