Giunto però sull’albeggiare del 20 a Torrita, prende una grande risoluzione! Visto l’effetto del manifesto di Montepulciano, e forzato da troppi indizi a convenire, che se mai v’era cosa, in quei giorni, impossibile era un’insurrezione toscana, delibera istantaneamente di mutar obbiettivo e schacchiere, di abbandonare al più presto il Granducato e il centro d’Italia e di prendere per nuova mèta l’Adriatico e Venezia! A che pro infatti sforzarsi a galvanizzare de’ popoli morti, se Venezia viveva ancora? Perchè ostinarsi a suscitare da ceneri estinte l’incendio? Là sulla Laguna ardeva sempre quel grande focolare, in cui si concentrava ancora quanto di fuoco esisteva in Italia! Venezia era tutto per Garibaldi! A Venezia l’Italia; a Venezia la libertà; a Venezia l’onore; a Venezia la guerra; a Venezia infine due campi: la terra per il soldato del 30 aprile, il mare per l’ammiraglio di Las Cruces; due campi a lui famigliari come all’anfibio i meandri del suo fiume e i recessi delle sue rive, e nei quali egli poteva ancora, favorendo la fortuna, rinnovare i prodigi di Montevideo, e colla duplice natura donatagli da Dio servire due volte la patria.
Però fin da quel giorno Garibaldi ha già fermato il suo piano: salire fin presso Arezzo; passare, riguadagnando qualche marcia sui Tedeschi, dal Subapennino al grande Apennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all’Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno e veleggiare per Venezia.
III.
E con tale proposito parte per Foiano, dove sosta alcune ore; alle 5 di sera del 21 luglio traversa la Chiana e arriva a Castiglion Fiorentino; ivi, acchiappato un cacciatore tirolese travestito alla contadina, gli scopre indosso un biglietto che il Comandante di Perugia scriveva al Comandante d’Arezzo, per dirgli che in quella notte gli arriverebbero in Arezzo altre quattro compagnie; non fucila perciò il messo, ma fa tesoro dell’avviso e stende le sue reti per cogliere di sorpresa l’annunciato nemico. Disgraziatamente il rinforzo austriaco si arresta a Cortona; e Garibaldi, giudicando imprudenza aspettare di più, muove con tutta la sua gente per Arezzo, in faccia alla quale arriva sul mattino del 21 ed a cui manda a chiedere transito, viveri e quartiere per un giorno. Ma gli Aretini, soffiati dal bernesco Guadagnoli che dipinge i Garibaldini come un’orda di scampaforche e di saccomanni, sbattono loro le porte sul viso; i contadini, ancora ossessi dallo spirito reazionario d’Aprile, corrono alle armi per respingere i diabolici invasori; la poca truppa austriaca di guardia, forse un cento di uomini, sta di rinfianco; e Garibaldi, cui non conviene indugiarsi a combattere, è costretto ad appagarsi de’ viveri e a serenar sotto le mura. Pure non è ancora quello il pericolo maggiore; il pericolo sta nelle colonne austriache che lo premono da ogni parte, e possono in poche ore aver chiuso il loro anello di ferro e tolto ogni scampo. Infatti da occidente avanza per la strada di Siena-Arezzo l’avanguardia del Stadion; da mezzogiorno salgono quelle quattro compagnie che vedemmo a Cortona; a settentrione occupa Anghiari con una seconda colonna veniente essa pure da Toscana l’arciduca Ernesto; da oriente infine altre colonne, spiccate da Rimini e da Pesaro, convergono tutte verso il medesimo punto, e compiono il cerchio. Ma Garibaldi vegliava, e affidatosi ancora al suo infallibile talismano del moto perpetuo, abbaglia, stanca, confonde con innumerevoli andirivieni a destra, a manca, alla fronte, alle spalle, il suo quadruplice nemico;[153] e colto il tempo e la mossa, come uno schermidore, spianta le tende da Arezzo, lascia che la sua retroguardia baratti alcune schioppettate colle punte d’avanguardia del Stadion arrivata per l’appunto, volta rapido per Monterchi, a metà cammino tra Arezzo e Città di Castello; vi riposa tutto il 23; e la notte fa un celere fianco sinistro e va, per i più aspri sentieri della montagna, a piantare il campo sulle alture di Citerna.
Il luogo alpestre munito dalla natura, la sua postura al centro del quadrivio pel quale s’avanzava il nemico, lo rendono adatto così ad esplorare gran tratto di paese ed a difendersi da forze superiori, come a dare alle colonne, decimate e affrante, un po’ di quel riposo, di cui avevano tanto bisogno: e Garibaldi se ne fa un campo trincerato e vi dimora parte del 24 e tutto il 25. Ma in sulla sera del dì stesso, avvertito da’ suoi esploratori che l’arciduca Ernesto era già coll’avanguardia a Borgo San Sepolcro e che le altre due colonne gli si serravano addosso da Arezzo e da Città di Castello, non s’indugia più oltre e risolve estemporaneamente il passo decisivo. Lancia sulla strada di Città di Castello forti pattuglie per trarre i nemici nell’inganno che egli volesse aprirsi il varco per quella via; ne spinge altre verso Borgo San Sepolcro col medesimo intento; e lasciando gli Austriaci scaramucciare colla sua retroguardia, che essi scambiano per la sua avanguardia, ripassa, notte tempo, il Tevere presso Borgo San Sepolcro, scende a San Giustino e vi riposa la notte del 26; poi allo spuntar del giorno intraprende la salita del monte Luna, in cima dell’Apennino centrale, il sommo dell’arco che egli descriveva. «La strada (dice il Carrano, traducendo l’Hoffstetter[154]) la strada corre su pel monte per molte giravolte. Per queste andava l’assottigliata schiera, quasi segnando grandi spire fino alla sommità. Cavalcava innanzi il Garibaldi colla sua moglie e collo Stato Maggiore in mantelli bianchi: seguivano i pochi Lancieri dell’estinto Masina; poi l’altra cavalleria a due a due, i cui piccoli cavalli montavano nitrendo e sbuffando; poi i saccardi[155] che si cacciavano innanzi non meno di quaranta muli carichi di salmerie, gridando, bestemmiando, scudisciando; veniva appresso una mandra di buoi bianchi dalle grandi corna e ricurve; seguiva poco discosta la prima legione, condotta dal Sacchi, che si distingueva per i cappelli puntuti alla calabrese; poi veniva il piccolo cannone tirato da quattro cavalli; poi la seconda legione, guidata dall’inglese Forbes, in camiciotti di tela; in ultimo, uniti a pochi finanzieri, i superstiti Bersaglieri del Manara. In tutto non erano più di duemila uomini, disposti a far fronte in dietro a ogni momento per respingere i sempre aspettati assalti del nemico; e serenarono sulla vetta del monte.»
IV.
All’alba del dì seguente la colonna comincia la discesa del versante opposto e seguendo, giù sempre per profondi e selvosi burroni, il corso del Metauro, andò a sostare, verso le dieci del mattino, nel villaggio di Mercatello. Sennonchè alcuni scorridori inviati di colà, costume solito, a perlustrare la strada, riportano che una colonna austriaca proveniente da Pesaro è presso a Sant’Angelo in Vado; mentre altri messaggi, da altre bande, recano che altre colonne occupano già Borgo San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Sestino, vale a dire tutti i passi di Toscana e di Romagna. Nuova stretta, nuova strategica per uscirne; la prima idea di Garibaldi fu di assalire la colonna di Sant’Angelo in Vado e di aprirsi la strada all’Adriatico colla baionetta; ma poco stante, meglio esplorate le posizioni e la forza del nemico, mutò divisamento. Dappoichè suo scopo non era tanto combattere quanto arrivare, apposta un forte distaccamento a guardare Sant’Angelo in Vado; un altro ne lascia a Mercatello a tener a bada il nemico che s’avanza da Sestino; indi per un sentiero di montagna, poco prima scoperto, spunta col grosso della colonna la posizione di Sant’Angelo in Vado, trapassa dalla Valle del Metauro in quella del Foglia, traversa questo torrentello, continua per Macerata Feltria, dove la sera del 29 s’accampa. Era scampato da un altro frangente; aveva girato a destra un’altra volta il nemico, in quella ultima con qualche perdita materiale e con maggior danno morale.
Infatti il distaccamento Dragoni lasciato a guardia di Sant’Angelo, sorpreso, per negligenza sua, da uno squadrone d’Ussari, va in rotta così precipitosa, che Anita stessa, la quale cavalcava alla retroguardia, frustava i fuggenti collo scudiscio e li apostrofava col nome di codardi. E il fatto sarebbe stato per sè solo insignificante, se l’effetto del brutto esempio non si fosse ripercosso in tutta la colonna, e non avesse dato a quelle milizie già scorate, sfinite e decimate ad ogni ora dalle diserzioni e dalle malattie, un colpo mortale.
Oltre di che gli Austriaci ebbero il modo di scoprire più prontamente la direzione della colonna principale e di ritornare novamente sulle sue orme. E, come dicemmo, la colonna principale fin dalla sera del 29 era già a Macerata Feltria accampata in buona posizione colla fronte a Sant’Angelo; i fianchi ben guardati; numerosi fuochi al bivacco ostentati ad arte e tenuti vivi tutta notte, affinchè il nemico s’addormentasse nella sicurezza che anche il campo garibaldino dormisse. Ma i fuochi ardevano tuttavia, e Diana non era ancora apparsa sull’orizzonte, che Garibaldi, fatti sfilare innanzi gli impedimenti, spianta, in men che non si dica, l’accampamento; sempre pei calli più dirupati e nascosti guadagna verso il mezzodì del 30 le alture di Carpegna, ne riparte sul vespro, traversa la Valle del Conca, rifiata alcune ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripiglia la marcia alla volta di San Marino.
A San Marino. E perchè? Qual fine lo guidava? Quali speranze aveva egli fondate, Garibaldi, sopra la famosa Repubblichetta rimasta dai giorni dell’Alberoni inviolata? Mirava egli soltanto a guadagnar tempo ed a transitare per il suo territorio, o ne sperava qualcosa di più? Ma non sapeva dunque che San Marino era Stato neutrale e che le leggi della neutralità vietano il passo a gente armata, in guerra con Stati amici? O si lusingava forse che, trattandosi di soldati perseguitati e infelici d’una Repubblica sorella, il Governo di San Marino avrebbe fatto uno strappo anche alla sua Costituzione, e non che aperto le porte della sua capitale, aiutati, se occorreva, i fratelli che vi si rifugiavano?