Frattanto, facile a prevedersi, la persecuzione era già cominciata. L’Oudinot gli sguinzaglia contro due colonne, l’una delle quali guidata dal generale Molière gli dava la caccia fin sotto Albano; l’altra comandata dal Morris l’andava a cercare sulla via di Civita Castellana; il borbonico Statella gli moveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnuoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli Austriaci del D’Aspre, accampati nell’Umbria, l’aspettavano di fronte a Foligno e gli chiudevano le due vie di Perugia e d’Ancona. Come si vede, eran quattro eserciti che lo serravano da ogni parte entro una maglia di ferro, e guai se l’inseguíto sbagliava una mossa: era perso inevitabilmente. Ma l’inseguíto si chiamava Garibaldi; quella guerra l’aveva fatta dieci anni in America; si può quasi dire che l’aveva inventata lui; ed era bravo davvero chi lo coglieva. Levare il campo quasi sempre di notte, e mai ad ora fissa; marciare con pochi impedimenti; accampare nei luoghi nascosti; frugar senza posa il terreno d’ogni intorno; spinger scorribande in tutti i sensi; accennare ad una mèta e camminare improvviso per l’altra; partire ostensibilmente per la via maestra e fuori di vista scappar per le traverse; calcolare il tempo e studiare il passo come in un ballo; mangiar poco e in fretta, ma incettar viveri oltre il bisogno per parer più numerosi; aver per fede che con pochi valorosi si fa assai più che in molti timidi e fiacchi: ecco l’arte colla quale egli sperava di uscire anco quella volta dalla grande pania che gli era tesa; e forse lasciare ai quattro nemici che lo braccavano come belva un ricordo imperituro della sua arte. E questa arte egli non usò mai con tanta perfezione di disegno e di opera come in quella ritirata, capolavoro del guerrillero.

II.

Nel pomeriggio del 3 stacca la marcia da Monterotondo; il 6 è a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l’8 a Terni, dove s’incontra col colonnello Forbes, che viene a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di molti corpi sbandati nella campagna, e due altri pezzi di cannone.

Ma Terni è centro di cinque vie; per essa si può tanto salire a Foligno, quanto ridiscendere a Rieti; come voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia; quale sarà la buona? Garibaldi non cerca a lungo. Lancia in ogni passo scorribande per ingannare gl’inseguenti; spinge un’avanguardia di cavalli fino a San Gemini sulla strada di Todi e il dì appresso (9 giugno) vi si conduce egli stesso col grosso del corpo. Colà però l’orizzonte comincia a intorbidarsi.

Troppo facile batter le mani da Piazza Vaticana, al programma «fame, sete, battaglie;» ma eseguirlo giorno per giorno, punto per punto, qui la difficoltà, hoc opus, hic labor, e s’intende che nemmeno a tutti coloro cui bastava l’animo bastasser parimente le forze. Tanto più che, sarebbe vano nasconderlo, della gente che Garibaldi traeva seco non tutti certamente erano quel fiore d’eroi, e quella quintessenza di galantuomini che il Capitano nella credula mente aveva sognato. Molti aveva spinto sotto le sue insegne indomito amor di patria, o innocente vaghezza di avventure, ma non pochi altresì la vita famelica e disperata, la gola di bottino, la speranza di pescare nel torbido, o perdersi nel fosco; se pur, a dir tutto, non v’era taluno cui non era discaro di coprire col camiciotto del volontario qualche vecchia e incomoda magagna di polizia.

Però nulla di più naturale che sintomi di scoramento, di stanchezza e d’indisciplina fossero apparsi nelle file sin dai primi giorni; che le diserzioni prima a frotte, poi in massa, fossero già cominciate e andassero crescendo; che i reati di violenza, di ladroneccio, d’insubordinazione sempre più spesseggiassero, e malgrado la espressa volontà del capo di reprimerli energicamente, non fossero sempre scoperti e puniti; che infine, per tutte quelle cagioni che erano inseparabili da siffatta impresa, la colonna ne restasse ogni giorno più assottigliata, indebolita e scompigliata.

Aggiungasi che le popolazioni sobillate da chierici venivano manifestandosi sempre più ostili; sicchè grande la difficoltà di procacciarsi viveri, ricoveri, guide, notizie, quanto ad una truppa in guerra, specie a quella, sarebbe stato indispensabile; impossibile poi ottenere checchessia da frati e monache, che sbarravano in faccia ai Garibaldini le porte de’ loro conventi, li accoglievano talvolta a schioppettate, sguinzagliavano contro di loro, come in quel di Todi, persino i mastini di guardia; rendevano necessari castighi e rappresaglie, che di contraccolpo inasprivano i conflitti e assiepavano di nuovi triboli e maggiori perigli la via già tanto tribolata e perigliosa. Infine, cosa più grave, due dei quattro inseguenti s’avvicinavano a gran passi, e il terreno sul quale Garibaldi poteva manovrare andava sempre più restringendosi. Concordi notizie infatti recavano che da un lato i Francesi del Morris erano già mossi da Viterbo in marcia per Orvieto, e che dall’altra gli Austriaci concentrati a Foligno, come annunziava in un suo bando il generale Stadion, si preparavano a marciare su Todi, «per ridurre al dovere le masnade che infestano le terre occupate dalle vittoriose armi dell’Impero.» Ora, chi pensi che Todi è quasi al centro del trivio Orvieto-Perugia-Foligno, intenderà quanto fosse arduo il problema che a Garibaldi veniva imposto. Se marciava per la via di Foligno o di Perugia, dava di cozzo negli Austriaci; se per l’altra d’Orvieto, andava ad urtar nei Francesi; se fermava il campo a Todi, rischiava d’averli sulle spalle entrambi. Tutto considerato, non gli restava sui nemici che un vantaggio di poche miglia e di poche ore; e avendo indovinato che in quelle poche ore e in quelle poche miglia stava la salvezza, se la conquistò da par suo. Manda a scorazzare la strada di Foligno per far credere che egli mira di là; spedisce il Müller con i suoi cavalli scortato da una compagnia della Legione a perlustrare i dintorni d’Orvieto, coll’ordine di spingere esploratori fin sulla strada Montefiascone-Viterbo; seppellisce i due cannoni del Forbes e non serba che il cannoncino di montagna; e quando è assicurato dai suoi scorridori che i due nemici sono tuttora tanto lontani da potervi scivolare in mezzo, lascia Todi la sera del 12, passa il Tevere a Ponte Acuto, e s’incammina per Orvieto non tuttavia per la maestra, ma per la viottola più montuosa ed obbliqua di Brodo, dove nella giornata del 13 pianta il campo. E Brodo, basta un’occhiata alla carta per accertarsene, offriva ancora un altro grandissimo vantaggio: lo allontanava d’una tappa così dai Francesi come dagli Austriaci, senza scostarlo per questo dalla Toscana, sua mèta; verso la quale era sempre libero di camminare, sia per la grande strada Orvieto-Siena, sia per Val di Chiana, per mezzo della quale poteva sbucar sotto Arezzo.

Ma il 13 sera, essendosi per altre perlustrazioni accertato che il generale Morris era ancora lontano, si decide a staccare la marcia per Orvieto, presso la quale città giunge sul mattino del 14. Quivi però, saputo che i Francesi avevano ordinato quattromila razioni di pane, segno della loro vicinanza, e visto l’animo ostile degli Orvietani che per prima accoglienza gli serrarono le porte in viso, decide saviamente di tornare all’aperto, prendendo, per ogni evento, una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle, verso cui s’incamminava. A sera però gli Orvietani, ridesti da una scintilla di patriottico pudore, apersero le porte, cedettero a Garibaldi il pane destinato ai Francesi, e vollero essi pure festeggiare il famoso uomo che consentì a salire in città. Ma non per questo egli s’indugia, e nel pomeriggio del 15, mezz’ora prima che i Francesi entrassero in Orvieto, aveva già levato il campo e marciava di buon passo verso Ficulle. Vi arriva a sera; e a ciel sereno, in un bel prato, una fresca fontana poco lunge, la moglie accanto, le stelle sul capo, i nemici d’ogni intorno, ma sempre la speranza nel cuore, si accampa e riposa. Non perde però tempo: i Francesi lo serrano alle calcagna da Orvieto; gli Austriaci gli muovono novamente incontro da Perugia, e bisogna studiare il passo.

Parte la mattina del 16; fatte poche miglia, abbandona la strada maestra e si butta a Sole, dove rifiata poche ore; la notte del 16, per alpi disabitate e sentieri impervii, sotto una pioggia dirottissima e in mezzo a tenebre fitte guadagna tuttavia il confine toscano e giunge al mattino del 17 a Cetona; dove la popolazione, cosa rara, gli muove incontro festosa, onde, nota l’Hoffstetter, «fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscita da Roma, dormì acquartierata.» Ma uno avulso non deficit alter: liberatosi da uno dei persecutori, perchè i Francesi non possono sconfinare in Toscana, gliene restano sempre di fronte altri due: gli Austriaci che scendono da Perugia a sbarrargli il passo; e i Toscani che tenevano presidii tra Sarteano e Chiusi e potevano, se non arrestarlo, impacciare i suoi movimenti e molestarlo.

Pure non se ne sgomenta. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d’imboscate, coperte le sue spalle di pattuglie, manda celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportano d’averne snidati e messi in fuga pochi Toscani[152] ivi appiattati, ripiglia la marcia; dorme il 17 a Sarteano; entra il 18 a Montepulciano, dove uomini, donne, frati, fanno a chi più lo colma di cortesie, di carezze, di banchetti; e dove, esaltato probabilmente da quelle accoglienze strepitose, pubblica un ardente manifesto ai Toscani, col quale li invita ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Fu però l’illusione d’un istante: l’appello si perdette nella profonda indifferenza delle popolazioni, come un tizzone in un’acqua morta; e Garibaldi, presago oramai di quello che l’attendeva in Toscana, ma parato ad ogni fortuna, continua il suo fatale cammino.