«In nome di Dio e del Popolo
»L’Assemblea Costituente Romana cessa una difesa divenuta impossibile e sta al suo posto.»
E poichè per effetto di questo Decreto il Triumvirato aveva rassegnato l’ufficio, al Municipio romano, rimasta unica autorità legittima, spettò negoziare col vincitore i patti della resa. Se non che avendo il Generale francese rifiutate le più oneste condizioni, tra le altre quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni negoziato, preferendo subire l’estremo arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa, che avrebbe dato alla conquista brutale l’aspetto d’una vittoria civile; e tolto a lei, vittima, di levare un’estrema protesta contro quella bugiarda sorella, che dopo averla assalita con perfidia, combattuta talvolta col tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle in faccia quel supremo diritto della incolumità delle vite e degli averi, che persino l’austriaco Gorgowscky aveva riconosciuti a Bologna.
Capitolo Sesto. DA ROMA AL SECONDO ESIGLIO.
[1849-1854.]
I.
A mezzogiorno del 2 luglio, non per anco entrati i Francesi in Roma, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano le milizie della sua divisione, e fatto formare il quadrato le arringava press’a poco così:[148]
«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non posso offrirgli nè onori nè stipendi; gli offro fame, sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua.»
Strepitose acclamazioni a Garibaldi e all’Italia risposero al laconico appello; a seguirlo però non, si profferirono che al più tremila uomini;[149] i resti cioè della Legione italiana, buona parte della polacca e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e d’emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; ma dei Bersaglieri lombardi pochissimi.
Ma a lui, avvezzo alle guerillas dell’Uruguay, paiono anche troppi. La sera del giorno stesso esce furtivo da Porta San Giovanni; e lasciando tutti incerti della sua mèta, s’incammina per la Tiburtina. Gli cavalca al fianco, in vesti virili, già incinta del quarto figlio, pronta a tutti i cimenti la sua Anita; gli fa da guida Ciceruacchio, fuggente esso pure co’ figli l’abbominio della vista straniera; l’accompagna Ugo Bassi, avido di martirio; ne seguono le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l’eletta de’ suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull’alba del 3 a Tivoli, divide la sua truppa in due legioni, ripartita ciascuna in tre coorti, e affida il comando della prima legione al Sacchi; pone la cavalleria agli ordini del Bueno; dà l’unico cannone al Müller; compone il suo Stato Maggiore di: Marocchetti capo, Hoffstetter ufficial di dettaglio, Cenni aiutante di campo, Montanari, Torricelli, Stagnetti, e altri, ufficiali di ordinanza; nomina Gianuzzi e Fumagalli commissari alle proviande; fa sparger voce che mira al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marcia buon tratto verso mezzogiorno; indi volge improvviso a settentrione, pernotta a Monticelli, e la mattina del 4 s’accampa a Monterotondo.[150]
Qual era pertanto il suo disegno? dove andava? a che mirava? Degli storici che abbiamo sott’occhi, l’uno gli attribuisce il pensiero di chiudersi a Spoleto, munitissima altura, e di continuare colà la resistenza; altri gli affibbia il proposito di sollevare le Marche e l’Umbria; altri di gettarsi in Toscana, e assalirvi gli Austriaci; questi di avviarsi a Venezia, quegli di rimeditare l’impresa del Regno; e in verità se egli volgeva in mente tutte queste ed altrettali cose, e se a tutte pareva ugualmente disposto, secondo le opportunità e gli eventi, una sola ne voleva chiaramente e saldamente: cadere ultimo; tener viva la fiamma finchè le bastasse soffio di vita; morire, se era d’uopo, avvolto tra i laceri brani della sua bandiera; ma non patteggiare collo straniero.[151]