Per ventura sua l’aspra prova non durò più d’un anno, ed alla fine potè tornare novellamente al suo elemento e rivivere alla sua arte.

Eletto da una Società italo-americana a comandante di un bastimento che doveva battere gli scali dell’America centrale, in sul finire del 1851 salpa da New-York; arrivato però a Panama, una febbre potente, che lo riduce quasi in fin di vita, lo sforza a rinunciare il bastimento; scampato tuttavia mercè la sua gagliarda tempra da quel nuovo pericolo, incontra nel Porto stesso di Panama quel Carpaneti che l’aveva ospitato a Tangeri, e che allora navigava con un altro bastimento, detto il San Giorgio, per Lima; onde raccolto coll’antico affetto dall’amico, s’imbarca con lui, e salpa ben presto per il Pacifico e la capitale del Perù. Ivi però nuova fortuna. Il signor Don Pedro De’ Negri, intraprendente genovese, arricchitosi al Perù, specialmente nelle miniere d’argento del Cerro e di Pasqua, simpatizza prontamente col già famoso suo compatriotta e gli offre di fare per conto suo un viaggio alla China con un doppio carico di grani e d’argento. Era la prima volta che s’apriva a Garibaldi la possibilità di varcare il Grand’Oceano. Il bastimento, battezzato La Carmen, non era più nuovo, portava appena ottocento tonnellate, e aveva bisogno di molti raddobbi; ma per quel capitano avvezzo alle garapere e alle tartane, poteva parere un Leviathan. Fornito il carico all’Isola di Cincia (costa Sud del Perù a trecento miglia dal Callao), tornato in brevi giorni a Lima per compirvi le provviste e l’equipaggio, nei primi di gennaio del 1852 spiegò lietamente le vele per le coste d’Asia, e dopo novantaquattro giorni di navigazione felice getta l’áncora nel Porto di Hong-Kong.

Di tutta quella traversata soltanto un sogno parve memorabile a Garibaldi; ma un sogno sì strano e terribile, che soltanto narrato dalla stessa penna di colui che lo ebbe, può parere credibile.

«Solo una volta (scrive Garibaldi stesso),[173] io raccapriccio nel rammentarmela, sull’immenso Oceano Pacifico, tra il Continente americano e l’asiatico, colla Carmen, ebbimo una specie di tifone, non formidabile come quelli che si sperimentano sulle coste di China, ma abbastanza forte per farci stare parte della giornata, 19 marzo 1852, colle basse gabbie — e dico tifone, perchè il vento fece tutto il giro della bussola, segno caratteristico del tifone, ed il mare si agitò terribilmente come suole in quel grande temporale.

»Io ero ammalato di reumatismi, e mi trovavo nel forte della tempesta addormentato nel mio camerino sopra coperta. Nel sonno io ero trasportato nella mia terra natale; ma in luogo di trovarvi quell’aria di Paradiso ch’ero assuefatto di trovare in Nizza, ove tutto mi sorrideva, tutto mi sembrava tetro come un’atmosfera di cimitero; tra una folla di donne ch’io scorgeva in lontananza, in aria dimessa e mesta, mi sembrò di scorgere una bara — e quelle donne, quantunque movessero lentamente, avanzavano però alla mia volta. Io con un fatale presentimento feci uno sforzo per avvicinarmi al convoglio funebre, e non potei movermi, avevo una montagna sullo stomaco. La comitiva però giunse al lato del mio giaciglio, vi depose la bara e dileguossi.

»Sudante di fatica, avevo inutilmente cercato di sorreggermi sulle braccia. Ero sotto la terribile influenza d’un incubo — e quando principiai a movermi, a sentire accanto a me la fredda salma d’un cadavere, ed a riconoscere il santo volto di mia Madre, io mi era desto; ma l’impressione di una mano ghiacciata era rimasta sulla mia mano.

»Il cupo ruggito della tempesta ed i lamenti della povera Carmen spietatamente sbattuta contro terra, non poterono dileguare interamente i terribili effetti del mio sogno.

»In quel giorno ed in quell’ora certamente io ero rimasto privo della mia genitrice, dell’ottima delle madri.»

Rammentiamoci infatti che il 19 marzo 1852 la signora Rosa non era più.

A Hong-Kong però avendo saputo che il corrispondente commerciale del De Negri, Mr King, era partito per Canton, il Generale stimò opportuno raggiungerlo colà; trovatolo di fatto e ricevuto l’ordine di riportare il carico ad Amoy, salpa a quella volta, vi scarica e vi vende ad ottimi patti, ritorna subito dopo a Hong-Kong, rimonta il fiume omonimo fino a Wampoo, rifà un nuovo carico da trasportare a Lima, e nell’autunno di quell’anno, battendo la stessa rotta, senza avventure notevoli, riapproda colla stessa fortuna nel porto d’onde era partito.