Non restò per altro a terra lungo tempo, chè al cominciare del 1853 è rinviato dallo stesso Negri a New-York a prendervi il comando del Commonwealth, un tre alberi di mille duecento tonnellate, destinato a caricare carbone in Inghilterra e trasportarlo in Italia. E infatti il nostro Capitano marittimo parte quasi subito per New-Castle e vi fa il carico assegnatogli; appena lesto, spiega la vela; e dopo cinque anni di lontananza, cominciando il 1854, viene a dar fondo nel Porto di Genova, e rivede quell’Italia che era stata su tutti i lidi la stella polare e la mèta suprema del suo cammino.[174]

Nè alcuno gli aveva contrastato lo sbarco. Il Governo piemontese era guarito de’ suoi puerili terrori, la sua politica aveva già preso colore più vivo di italianità: il Governo era passato nelle mani del conte di Cavour, e basti. Il Capitano del Commonwealth non fu dunque molestato; ed egli potè liberamente metter piede a Nizza ad abbracciare i suoi tre bambini che non rivedeva da cinque anni; a salutare, almeno nella tomba, la sua povera madre, a cui aveva date sì torbide gioie e sì scarse consolazioni.

E in Nizza stette tutto quell’anno 1854, tranquillo e quasi dimenticato, contento d’avviare con un altro bastimentuccio, detto l’Esploratore, un po’ di cabotaggio per i mari vicini; arrischiandosi, una volta, fino a Marsiglia, dove pare che la Polizia napoleonica fosse disposta a chiudere un occhio e a lasciare in pace il suo antico perseguitato.

Le sue corse più frequenti però erano ancora per la Sardegna, dove già andava mulinando di fissare la sua dimora; e fu appunto in una di esse che sorpreso da un grosso fortunale nelle Bocche di San Bonifacio, e resogli impossibile il continuare la rotta per Porto Torres, si gettò a rifugio sulla costa della Maddalena; e colà dimorando alcuni giorni, gli balenò per la prima volta l’idea di comperare una parte dell’Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui de’ suoi stipendi di Montevideo; nei suoi ultimi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche peculio; una sommetta aveva raccolta dall’eredità del fratello Felice; onde gli pareva venuto il momento di metter a profitto i suoi modesti capitali, e che nessun impiego fosse migliore di quello.[175]

XIX.

La Caprera, come è noto, sorge tra il lato orientale della Maddalena, e il capo settentrionale della Sardegna, dalla quale è divisa soltanto dal piccolo golfo d’Arsachena. All’aspetto è un masso granitico oblungo che s’avvalla ad occidente, s’innalza al punto opposto e scende da quella banda a picco sul Mediterraneo. Un monte, detto il Teggiolone, alto non più che trecento metri sul livello del mare, lo corre da nord a sud, e cominciando da Punta Galera, sua estremità settentrionale, va a finire, traverso valloncelli e frane e scoscendimenti, alla così detta Punta Rossa, che forma a mezzodì uno de’ corni del golfo di Arsachena. Misura tre chilometri di larghezza e cinque di lunghezza; la nuda roccia dominante su tutta l’Isola è spalmata a intervalli da sottili strati di terra vegetale, su cui verdeggia a stento fra folte macchie di lentischi e di arbusti qualche oasi erbosa. Il clima vi è, come in tutte le nostre isole, temperato e l’aere salubre; ma scarsissima l’acqua, incessante il giuoco de’ venti e turbinoso il Maestro. Pescose le rive, ma irte di punte, di secche, di scogliere; innumeri perciò le anse, i seni, le calanche, ma di veri porti nessuno; unici punti d’approdo, per barche mezzane il porto dello Stagnarello a settentrione e l’insenata d’Arsachena a mezzodì.

Nel 1855 Caprera era divisa tra due soli proprietari: il Demanio sardo, che vi occupava il lato settentrionale e l’aveva già partito in piccoli lotti per metterlo in vendita, ed i signori Collins, inglesi stanziati alla Maddalena, che vi possedevano il meridionale più ad uso di caccia che per speranza d’un frutto qualsiasi. Nel rimanente due famiglie di pastori, di cui si perdevano tra gli anfratti della valle le povere capanne; qualche branco di capre e di pecore erranti tra gli scogli in cerca d’una magra pastura; qualche volo di pernici e di beccaccie migrate dalla vicina Sardegna annidiate tra le macchie; poche coppie di caproni selvatici inerpicati su pei greppi del Teggiolone: ecco i soli esseri viventi del luogo.

Nessuna amenità di sito adunque, nessuna feracità di suolo, nessuna varietà di flora e di fauna; ma in cambio il mare profondo, la solitudine immensa, la libertà imperturbata: tutto quanto bastava agli occhi di Garibaldi per trasformare l’orrido scoglio in un orto d’Esperia. Oltre di che l’aveva preso la passione dell’agricoltura, cosa meno strana di quel che appaia, poichè l’amor de’ campi e l’amore del mare sono fratelli e nascono entrambi dal bisogno della vita libera, solitaria, e dal profondo sentimento della natura infinita.

Alleandosi pertanto le illusioni dell’agricoltore alla misantropia dell’uomo ed alla fantasia del poeta, Garibaldi decise comperare la maggior parte di que’ lotti vendibili, e di trapiantarvi stabilmente le nomadi tende della sua vita.