Ma per far tutto ciò, una prima cosa era necessaria: rendere l’Isola abitabile, costruirvi cioè una casa. E a questo pure Garibaldi aveva pensato; ma a modo suo, quanto dire primitivo e singolare sempre. E punto primo, la casa dovrà essere una riproduzione perfetta di quelle di Montevideo: un semplice quadrato di quattro camere poste su d’un piano solo, coperto da una terrazza bianca e liscia che serva insieme di tetto e di vasca alle acque piovane, che vengono poi raccolte per via d’un canale in un serbatoio interno, ecco la reggia fastosa che Garibaldi edificherà da sè stesso nel suo nuovo regno di Caprera. Quanto poi ai lavoratori, egli e quattro o cinque amici, Basso, Menotti, Gusmaroli, Froscianti, si spartiranno le faccende ed i mestieri, e coll’aiuto e la guida di qualche maestro muratore e falegname basteranno alla bisogna. Di necessità, durante i lavori, si vivrà accampati sotto le tende, alla militare; la caccia e la pesca dei dintorni provvederanno al vitto quotidiano, e al difetto di pratica supplirà l’ingegno, la lena e l’allegria.
XX.
E fu ancora in quell’anno ch’egli s’era tolta l’impresa della liberazione dei prigionieri di Santo Stefano. Pochi anni or sono il fatto era noto a pochissimi; le Memorie del Settembrini e le Lettere al Panizzi, di recente pubblicate, l’hanno reso notorio. Ventidue condannati politici, tra i quali Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Gennaro Placco, Filippo Agresti, giacevano da quattro anni nelle carceri di Santo Stefano; rei, come diceva la legge borbonica, «del delitto di maestà;» rei d’amor patrio. Come è natura dei prigionieri, degl’innocenti principalmente, il pensiero della fuga era incessante; quindi i disegni, i conati, i tentativi innumerevoli, arditi, strani talvolta, ma vani fino allora tutti. Sulla fine del 1854 però Antonio Panizzi, non mai dimentico della sua Italia e partecipe, più che non paresse, d’ogni congiura diretta al suo bene, combina col Settembrini a Santo Stefano e con Agostino Bertani a Genova un nuovo e più arduo progetto. I prigionieri penseranno essi a scappare dall’ergastolo forando con ferri, nascostamente introdotti, la vôlta della loro camera, e calandosi di là per i tetti, e le muraglie in una nascosta insenata a oriente dell’isola. Di fuori invece un piroscafo noleggiato da amici, e «comandato da un uomo unico,» passerà in una notte senza luna davanti a Santo Stefano, portando per segnale all’albero, o agli alberi, una fiamma bianca, o delle fiamme bianche, le quali s’abbasseranno per qualche momento, poi giunto vicino all’ergastolo si rialzeranno; il bastimento di giorno s’allontanerà, al tornar della notte s’avvicinerà di nuovo all’isola, ed a mezza notte manderà una lancia o due al seno indicato; colà i prigionieri porteranno una lanterna accesa rivolta alla parte della lancia, questa s’accosterà pronunziando la parola d’ordine: Panizzi; i prigionieri risponderanno colla parola: Settembrini; e ciò fatto la lancia toccherà terra, imbarcherà i fuggitivi e il piroscafo li rapirà con sè. E questo progetto tenne occupati, speranzosi, angosciati per più d’un anno i poveri cattivi; finchè ai primi di settembre del 1856 fu scritta loro la notizia che il piroscafo destinato alla fuga aveva naufragato sulle coste d’Inghilterra; e il disegno per allora completamente fallito.
«L’uomo unico,» di cui parlava il Panizzi nella sua lettera al Settembrini, era Giuseppe Garibaldi; e si converrà che se v’era uomo adatto a rischiare e condurre alla fine quella nobile impresa era lui; se non l’unico, il primo innegabilmente.
XXI.
Il 6 agosto 1856 Garibaldi era in Genova; e tra lui e Felice Foresti, il compagno di Spielberg di Giorgio Pallavicino, succedeva questo dialogo:[176]
Garibaldi. — Tieni tu un assiduo carteggio col marchese Pallavicino?
Foresti. — Ci scriviamo di quando in quando.
G. — Ma dunque scrivigli, Foresti mio, che io sono importunato e messo continuamente alle strette da molti bravi giovinotti, che pur vorrebbero ch’io mi mettessi alla loro testa per incominciare un ardito movimento nazionale.
F. — D’onde vengono costoro?