La sera del 23 aprile due Inviati austriaci presentavano al conte di Cavour l’Ultimatum del loro Governo: o disarmo immediato, o guerra inevitabile; e la risposta non poteva essere dubbia. Annunzio di nozze non giunge più gradito a fanciulla innamorata di quello che al Ministro sardo quell’intimazione di guerra. Finalmente quel cartello di sfida tanto provocato, tanto desiderato, egli lo teneva nelle mani; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata, l’Austria l’intimava essa stessa e non poteva sfuggirla. Infatti, prima ancora che il conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancora più espressiva, riceveva l’ordine di portar la sua brigata a Brusasco sulla destra del Po; e val quanto dire in prima linea.

E, poichè chi doveva ubbidire era anche più impaziente di chi comandava, i due primi reggimenti de’ Cacciatori (il terzo non era ancora giunto) presa a Savigliano la ferrovia, arrivavano la mattina del 26 a Chivasso e nella giornata stessa a Cavagnola e Brusasco, dove s’accantonavano.

V.

Fino a quel giorno naturalmente era dubbio quale sarebbe stato il teatro della guerra. Il nemico concentrato sul medio e basso Ticino, da Abbiategrasso a Pavia poteva tanto operare al mezzogiorno, quanto al settentrione della linea del Po; tanto mirare a Torino per le valli della Dora Baltea e della Stura, quanto mirare a Genova per la valle della Scrivia; ed all’esercito piemontese abbandonato ne’ primi giorni a sè stesso e costretto con cinquantamila uomini a fronteggiarne centocinquantamila, non restava miglior partito che tenersi in osservazione lungo tutta quella linea, guardando i passi principali e proteggendo da un colpo di mano la Capitale. E così fece; e fu conseguenza di questo primo appostamento de’ due eserciti avversari che la brigata dei Cacciatori delle Alpi fosse chiamata a Brusasco. Suo mandato era guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli vacanti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.

Però sin dal primo giorno il Comandante in capo l’esercito regio dovette accorgersi che il Comandante dei Cacciatori delle Alpi era uomo che conosceva il suo mestiere, e pure ubbedendo agli ordini ricevuti li sapeva all’uopo saggiamente interpetrare. Infatti avendogli il Ministro della guerra comandato di porre un presidio nel castello di Verrua, il generale Garibaldi avvertì tosto, e giustamente, che se quel presidio aveva per iscopo di guardar la strada militare da Casale a Torino, non lo raggiungeva affatto, perchè Verrua era discosto troppo dalla detta via per poterne sbarrare il passo. Invece esplorando coll’usata sua solerzia il terreno datogli in custodia, aveva osservato che allo stesso ufficio provvedevano assai meglio le alture di Brozzolo; onde inviando la compagnia del Gorini (la prima del secondo Reggimento) a presidiar Verrua, mandò avviso al generale Cialdini, suo capo immediato, ch’egli andava in quel giorno stesso ad occupare Brozzolo e vi piantava il suo Quartier generale. E della risoluzione presa n’ebbe la miglior lode che mai potesse lusingarlo; poichè lo stesso generale Cialdini nell’ora medesima in cui il suo Brigadiere gli annunziava di aver fatta quella mossa, gli spediva, ignorando d’esser stato prevenuto, l’ordine di farla.

Però la disparità delle forze era tale che nessuna postura, per quanto felice, avrebbe salvato Torino per lo meno da un assalto, e l’esercito sardo da una percossa più o meno forte, se l’Austriaco avesse agito con maggior prontezza ed energia, e fosse stato governato da un concetto e da un uomo. Tutto ciò invece, per sventura sua e per ventura nostra, gli mancava. Il generale Giulay aveva innanzi a sè due vie: operare per il basso Po, sbucando da Pavia e da Piacenza, e assalita la destra piemontese prima che i soccorsi francesi l’avessero raggiunta, voltarsi a battere questi man mano che arrivavano in linea; o varcare il Ticino tra Magenta e Bereguardo e lasciato un corpo sufficiente a osservare Casale, rompere col rimanente le fragili linee della Baltea e della Stura, e marciare su Torino. Certo fra queste due vie quella che poteva condurre ad un risultato militare sicuro e completo, era la prima; la seconda invece non offriva che il vantaggio politico, importante per fermo, di impadronirsi della Capitale, e s’intende che un mediocre generale, insuperbito dalla momentanea superiorità delle sue forze, potesse vagheggiarlo. Ma in tal caso conveniva saper eseguire; conveniva cioè marciar rapido e manovrare energico; aver passato il Ticino fino dal 27 mattina, minacciare e, meglio ancora, sforzare colla metà dell’esercito i ponti del Po tra Casale e Valenza, prima che gl’Italo-Sardi vi si fossero concentrati d’attorno, e coll’altra metà, per Novara-Vercelli sfondate le fragili linee della Baltea e della Stura, correre sulla Capitale per rovesciarsi poi sull’esercito sardo e metterlo tra due fuochi.

Il generale Giulay, all’opposto, aspettò di varcare il Ticino al 29 sera; andò vagando tre giorni tra Mortara e Vercelli in cerca d’un nemico che non c’era; non fece alcun serio tentativo nè sul Po, nè verso la Dora; e lasciando scorrere inutilmente tre giorni preziosissimi per lui, si pose nell’impossibilità di trar profitto così della lontananza de’ Francesi, come della debolezza numerica degl’Italiani, e di vincere con poche difficoltà una prima grossa battaglia.

L’esercito sardo invece, appena conobbe le mosse del Generalissimo austriaco, s’appigliò al solo partito saggio e logico che gli restasse; si concentrò tutto sulla destra del Po tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, e lasciò che il Generalissimo nemico avanzasse se l’osava. E non l’osò per ventura sua; chè ormai nella giornata del 30 giunte a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi, se gli Imperiali si fossero cacciati avanti, pochi di loro, assai probabilmente, avrebbero potuto ripassare il Ticino.

VI.

Compiuto pertanto questo provvido concentramento, il comando supremo dell’esercito sardo reputò ormai superflua la presenza della brigata Alpi sul Po, e ordinava al generale Garibaldi che levasse pel dì seguente, 1º maggio, il campo, e per Chivasso, Ivrea, Biella spiccasse la marcia verso il Lago Maggiore, campo assegnatogli fin dall’aprire della campagna. E Garibaldi s’apprestava ad ubbidire; quando un secondo ordine del generale Cialdini, scritto nella notte stessa dal 30 aprile al 1º maggio, veniva a revocare il primo, ingiungendogli di trasportare nel giorno stesso la sua brigata a Ponte Stura; mentre egli, il Cialdini, si sarebbe messo in marcia da Chivasso alla volta di Casale. Nè il cambiamento d’ordine era privo di ragione. Gli Austriaci si fortificavano a Vercelli, stormeggiavano intorno alla sinistra del Po, e molti indizi facevano dubitare che essi, abbandonata l’ubbía di correre su Torino, pensassero a sforzare il passaggio del gran fiume tra Casale e Valenza; onde nessuna forza era superflua a frustrarne il tentativo. Ed ecco come la brigata dei Cacciatori delle Alpi sostò ancora diciassette giorni sulle rive del Po, e potè prendere parte non piccola e non infeconda a tutta quella serie d’operazioni che la sinistra dell’esercito sardo, ora per contrastare il passaggio del Po, ora per tentare quello della Sesia, fece dal 1º al 18 maggio tra Casale e Vercelli.