E poichè questa parte fu circostanziatamente descritta dal capo dello Stato Maggiore dello stesso Garibaldi, noi vi sorvoleremo, bastandoci di registrarne compendiosamente per sola memoria le azioni principali e le date. Il 4 maggio i Cacciatori delle Alpi stanno a custodia di Ponte Stura; il 5, richiamati da una lettera del Cialdini,[186] marciano sotto un diluvio a Casale. Il 6, ordinata una sortita generale da Casale per riconoscere il nemico, e incettare vena e paglia, Garibaldi ha il comando della sinistra e alla testa di undici compagnie di Cacciatori, di un battaglione del diciassettesimo di linea, di una sezione d’artiglieria, si spinge sino a Bolzola e Rive; l’8 gli Austriaci vengono essi in ricognizione fino alla testa di Ponte di Casale, e i Cacciatori delle Alpi, specialmente la terza compagnia del capitano De Cristoforis gareggia di valore coi Bersaglieri e ributta alla baionetta il nemico. Nel giorno stesso Garibaldi parte per il Quartiere generale principale di San Salvatore, e ne riporta questa lettera autografa del Re, della quale, a dir vero, era più facile e doveroso ammirare le intenzioni che eseguire le prescrizioni:

«San Salvatore, 8 maggio 1859.

»Il signor generale Garibaldi partirà nella doppia mèta di cercare d’impedire al nemico di marciare sopra Torino, e di recarsi a Biella per Ivrea, onde agire sulla destra austriaca al Lago Maggiore nel modo che meglio crederà. — Io ordino pertanto a tutte le Autorità civili e militari, a tutte le Amministrazioni comunali di prestare ogni sorta di facilitazioni al predetto signor generale Garibaldi, onde egli possa fare sussistere la sua truppa e ripararla dalle intemperie. — Il generale Garibaldi è autorizzato a riunire sotto li suoi ordini tutti i volontari che già siano riuniti a Savigliano, Acqui ed altrove, come ad arruolare volontari ovunque si presenteranno a lui, sempre quando egli creda poterli accettare.[187]»

VII.

Come ognuno vede, la balía data al generale Garibaldi non poteva essere più ampia; ma i mezzi? Comunque, ubbidiente agli ordini sovrani, il Generale contromarcia immediatamente per Brozzolo, dove giunge la sera del 9; dirige su Gattinara tutte le reclute, i malati e magazzini rimasti a Savigliano; invita il colonnello Boldone, comandante i Cacciatori degli Appennini organizzati ad Acqui, di marciare subito per Chivasso; il che però non ottiene, avendo il Ministro della guerra cassato ad arbitrio suo l’ordine del Re, e vietato a quel reggimento di muoversi fino a che non fosse in tutto punto per uscire alla campagna. Quali le conseguenze di questo contr’ordine, avremo a discorrere tra poco; intanto il nostro Generale, prescritto alla brigata di proseguire per Chivasso, parte al mattino del 10 per Torino, dove il Cavour l’aveva richiamato; ne riparte la sera stessa pel suo campo; ma a Chivasso vi è raggiunto da un nuovo ordine di pugno del Cavour stesso in cui era invitato ad avviare la sua colonna verso San Germano ed a mettersi a disposizione del generale Sonnaz per le operazioni dirette a scacciare i Tedeschi da Vercelli. La lettera poi soggiungeva: «Liberata quella città, potrà proseguire a seconda delle istruzioni ricevute da Sua Maestà.»

E naturalmente Garibaldi ubbidisce sollecito; e la brigata portata per la ferrovia da Chivasso a San Germano, vi arrivò nella giornata del 12 e si pose senz’altro agli ordini del vecchio Sonnaz. Il 13 la brigata udì il grato annunzio che avrebbe partecipato in prima linea all’attacco di Vercelli, combinato tra il generale Sonnaz che doveva assalire dalla sinistra, e il generale Cialdini che doveva irrompere dalla destra; e già i nostri Cacciatori erano in posizione, impazienti di combattere, quando un’ordinanza del generale Cialdini venne ad avvisare essere sospeso per quel giorno l’attacco, avendo il nemico preso una posizione di fianco sulla Sesia, pericolosa per l’assalitore. Allora il generale Sonnaz si contentò d’una ricognizione, nella quale stimò degno di lode il contegno de’ Cacciatori, e nel pomeriggio rimandò tutte le truppe ai loro accampamenti intorno a San Germano. E là, battuta giorno e notte da una pioggia sottile e ostinata, sprofondata fino al ginocchio nelle risaie, il capo sotto una doccia, il corpo dentro un bagno perpetuo, la brigata bivaccò ancora quattro giorni, occupata in esplorazioni e in tasteggiamenti; finchè, ormai entrato in linea da Novi ad Alessandria tutto l’esercito francese e dileguato il timore d’un colpo di mano su Torino e sul Po, Garibaldi ricevette l’ordine, e quella volta fu l’ultima, di muovere per Biella alla divisata sua incursione in Lombardia; e infatti nel mattino del 18 potè incominciare la marcia.

VIII.

Prima di seguirlo però, ci sia lecito un’osservazione. In quei venti giorni Garibaldi non aveva operato nulla di meraviglioso e di straordinario; ma tutto quello che gli era stato comandato l’aveva eseguito esattamente e puntualmente. Certo egli divide questo merito co’ suoi tre principali luogotenenti, il Medici, il Cosenz, l’Arduino, e questi con tutti i Cacciatori delle Alpi, i quali, nuovi quasi tutti alle armi, avvezzi la maggior parte agli agi ed alle delicatezze della vita, sopportarono le fatiche e le privazioni di quello scorcio di campagna colla disciplinatezza, la costanza e la imperturbabilità di veterani. Però nemmeno essi avrebbero potuto in così breve tempo meritar questo giudizio, se il loro Generale non avesse saputo trar partito così delle loro eccellenti qualità, come de’ loro inevitabili difetti. Quel che Garibaldi fece in que’ giorni per istruire, disciplinare, agguerrire i suoi volontari, potrebbe essere materia di non poche pagine. Oggi con un ordine del giorno o una parlata, domani con un esperimento o una manovra in piazza d’armi; il tal giorno addestrandoli ad aspettare il nemico a brucia pelo, il tal altro a battere in ritirata ultimi e ordinati; e dando sempre egli stesso l’esempio dell’attività, dell’ordine e della disciplina, era riuscito ad ottenere in quei pochi giorni di pratico tirocinio più che altri con mesi di caserma e di piazza d’armi.

E questo dell’ordinatore: come capitano poi, nessuna delle posizioni da lui prese ebbe bisogno d’esser corretta da’ suoi superiori; talvolta, come a Verrua, corresse egli stesso le sviste altrui; e se il 13 maggio fosse stato ascoltato, assai probabilmente Vercelli sarebbe tornato nel giorno stesso in potere degl’Italiani.

Sottoposto per tre settimane al comando di capi diversi, abballottato sovente tra ordini contradittori, li seppe conciliare e ubbidire tutti. Quanti l’accostavano ne sentivano il fáscino. Come le popolazioni, in mezzo alle quali passava, non rifinivano dal magnificare la sua cortesia, la sua affabilità, il suo delicato rispetto alle cose ed alle persone; così i suoi superiori restarono ammirati della sua arrendevolezza, della sua sottomissione e della sua disciplina. Il Cialdini, il De Sonnaz, il Cavour, il Re erano subitamente diventati suoi amici. Infatti avrebbe potuto dolersi di tante cose, e nol fece. Aveva bisogno di un Commissario di guerra, e non gli fu dato che tardi; domandò replicatamente il materiale d’ambulanza, e non potè ottenerlo; chiese due pezzi da montagna, e gli furono negati; pregò per i brevetti de’ suoi ufficiali, e non li ebbe mai; il Re gli concesse i Cacciatori degli Appennini, e il Ministero glieli portò via; era mandato a impresa rischiosissima, e se ne vedeva lesinati con mano avara i mezzi; pure non un lamento dalla sua bocca, non una difficoltà dal suo Quartier generale, mai un segno di dispetto e d’indisciplinatezza.