E dicasi pure che la disciplina e la subordinazione sono i doveri elementari d’ogni buon soldato; non è una lode che chiediamo per lui, amiamo soltanto chiarire un fatto e assodarlo.
Passato repentinamente dalle più sciolte abitudini della milizia irregolare alle rigide norme della regolare, egli si spogliò di quelle e s’investì di queste senza dar segno di sforzo o di disagio veruno. Il Garibaldi d’America e di Roma s’era nel 1859 totalmente trasformato. Il gaucho era divenuto per amor di patria una vecchia giberna; per osservanza al Regolamento s’era persino fatto radere la barba, e se ne eccettui la sella americana buttata sul suo cavallo, e nelle marcie il fazzoletto rosso svolazzante sulle sue spalle, nessuno avrebbe riconosciuto sotto la tunica gallonata del generale piemontese l’antico partigiano di Montevideo.
IX.
Il 18 sera i Cacciatori delle Alpi entrarono in Biella, e collocati gli avamposti nelle due strade di Vercelli e di Gattinara, attesero alacremente a riordinarsi e rifornirsi dell’occorrente per il più lungo viaggio che dovevano intraprendere. Il Carrano nota che fu quella la prima città in cui Garibaldi fu popolarmente acclamato. «Il Vescovo, che per molti anni aveva fatto il missionario in Oriente e del vivere orientale si chiariva non leggiero gustatore,» volle ospitarlo e mancò poco che il Generale non attraesse il buon Prelato e il Vicario e il Segretario di lui a prendere un moschetto per l’indipendenza d’Italia.
Il pensiero però di Garibaldi era di rendere, quanto più lo fosse possibile, leggiera e spedita la brigata, liberandola da tutti gl’impedimenti soverchi, o da quelli che a lui parevano tali. Ordinò quindi (se provvidamente è disputabile) che tutti i Cacciatori deponessero in appositi magazzini il loro zaino, e che a sostituirlo fosse cucita nel cappotto una gran tasca, nella quale i militi avrebbero potuto riporre gli oggetti più necessari. E non appena finita quell’operazione, Garibaldi, raccolti i varii posti sparsi nei dintorni, comandò che per il mezzogiorno del 20 la brigata si mettesse in marcia colla destra in testa per la volta di Gattinara, prima stazione sulla strada del Lago Maggiore e della Lombardia.
Quantunque sino dal giorno antecedente gli Austriaci avessero già sgombrato Vercelli e ripassato la Sesia, e tutto il loro sforzo ormai si volgesse alla destra, tenuta dall’esercito francese, tuttavia una marcia di fianco con un grosso nemico a una tappa di distanza non era certamente scevra di pericoli. Occorreva per cansarli diligenza somma, tanto più che la colonna s’era, in quel continuo andirivieni, di molto assottigliata e non aveva cavalleria sufficiente per spazzar il terreno d’attorno e guardarsi il lungo fianco.
Tuttavia le guide del Simonetta si centuplicavano, e, lanciate innanzi a grande distanza, frugavano, spiavano, riferivano al Generale tutte le voci, rendevano quasi impossibile la sorpresa. Così la brigata giunse senza guai a Romagnano; vi passò, sopra un ponte di travi fatto preparare dal Simonetta medesimo, la Sesia, e nel declinare del giorno stesso entrò in Borgomanero. Quivi sostò ventiquattr’ore; e il Generale provvide tosto perchè fossero adoperate a ripulire le armi, a risarcire le cartuccie, ad alleggerire i bagagli, dandone l’esempio egli stesso col farsi un leggerissimo fardello di biancheria, che involse in un pezzo di tela cerata. La suprema cura di quel giorno però era preparare l’entrata in Lombardia. Garibaldi non aveva esitato un istante a scegliere per punto di passaggio quel tratto di terreno chiuso tra Arona e Castelletto, dove il Ticino esce dal Lago Maggiore, e fassi fiume giù per le aride brughiere. Più basso sarebbe incappato nella estrema destra del grande esercito austriaco; più alto avrebbe dovuto avventurarsi al tragitto del lago padroneggiato dai piroscafi nemici, per grossa imprevidenza del nostro Ministero della guerra abbandonato alla loro balía.
X.
Però, come sempre, la difficoltà cominciava dall’esecuzione. Fortuna volle che fra i Cacciatori ci fosse Francesco Simonetta. Pratico de’ luoghi, possessore di case e di poderi così sul Lago che sul Ticino, autorevole e quasi popolare in quelle rive, lungo le quali ad ogni passo contava amici e conoscenti, ardito, accorto, intraprendente, egli era l’uomo di quell’impresa. Però l’unico merito che nel passaggio del Ticino spetti a Garibaldi è d’aver scelto ad apparecchiarlo il Simonetta. Questi pertanto nella giornata stessa del 21, travestitosi da borghese, lascia celatamente Borgomanero, scende fino alla sua casa di Varallo lungo il Ticino, risale il lago fino ad Intra a esplorare il terreno e scandagliare gli animi; ma accertatosi sempre più che il tragitto del lago è impossibile, ritorna a Varallo e chiamatovi a convegno il suo amico di Sesto-Calende, Viganotti, concerta con lui (poichè la difficoltà somma stava nella mancanza di barche, confiscate quasi tutte dagli Austriaci) che per la notte dal 22 al 23 si sarebbero trovati a Castelletto, presso la riva del giardino Visconti, quanti barconi gli fosse dato radunare; e tutto ciò ben prestabilito e concordato, torna a raggiungere Garibaldi a Borgomanero e a ragguagliarlo dell’opera.
Garibaldi non perdette un’ora, e tra le due e le tre pomeridiane del 22, sotto pioggia dirotta, ormai compagna inseparabile de’ nostri Cacciatori, s’avviò coll’intera brigata ad Arona. Lungo la via fece spesseggiare le pattuglie e raddoppiare le cautele; presso Oleggio nel timore che il Radetzky, vapore austriaco, potesse dal lago scoprir la colonna marciante, la fece arrestare fino al calar della sera, e quando le prime tenebre cominciavano a scendere ripigliò la discesa verso Arona.