Avviatosi difilato al Municipio, come uomo che sa a memoria la strada, vi incontra e vi abbraccia il Podestà; loda, infiamma, affascina come al solito quanti l’ascoltano, e prima di ritirarsi pronuncia queste testuali parole ch’egli invecchiando dimenticò, come tante altre, ma che la storia non può dimenticare: «Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele, non sarà mai troppo. Voi sapete che io non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria.[191]»
Ma quello che più importava era provvedere alla difesa. L’Austriaco, scossa la prima sorpresa, serrava da ogni banda. Non appena conosciuta l’invasione garibaldina, il generale Giulay dal suo quartiere di Garlasco bandiva, quasi risposta a quello del generale Garibaldi, un suo proclama feroce, nel quale, dopo aver annunziato prossimo l’arrivo di imponenti soccorsi dagli Stati ereditarii del suo Sovrano, soggiungeva, con accento meritevole di troppa fede: «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comune colla rivoluzione, impedissero il passaggio ai rinforzi della mia armata, distruggessero le comunicazioni, i ponti, ec., verrebbero puniti col fuoco e colla spada. Emetto in questo senso le opportune istruzioni ai miei sottocomandanti. Spero che non mi si obbligherà a ricorrere a tali mezzi estremi, e che alle conseguenze della guerra, senz’altro disastrose per il paese, non si vorranno aggiungere anche i terrori della guerra civile.[192]»
Nè eran parole soltanto. Il giorno stesso si spiccava dal grand’esercito una colonna che a marcia forzata accorreva sul nuovo teatro di guerra; mentre da Milano il Governatore, generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un altro corpo di circa quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone; e fu quello per l’appunto che il 25 mattina andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni d’una pagina di Vegezio, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in iscacco per più d’un’ora con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dal mattino non c’era più l’ombra di un garibaldino.
Ma se la colonna di Gallarate non si chiarì molto temibile, non si sapeva ancora che pensare di quella che era venuta a formarsi, frammista di varii corpi, attorno al nucleo della colonna partita da Oleggio, e di cui i Varesini avevan visto spuntar ad Olgiate l’antiguardo sino dalla sera del 23. Si componeva di circa quattromila[193] uomini con due mezze batterie e due squadroni; la comandava quel tenente maresciallo Urban, croato d’origine, salito in voce di esperto partigiano nella campagna di Transilvania del 1849; in Italia famigerato soltanto come luogotenente di Haynau e assassino dell’innocente famiglia Cignoli di Casteggio.
XIV.
Varese giace come in una conca di colline, quali popolate da splendide ville e da ameni giardini, quali vestite ancora di macchie e di boscaglie, che formano al tempo stesso la sua delizia e il suo baluardo. E tramezzo a siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono cinque strade principali: a oriente quella che dalle falde di Biumo conduce, per Malnate, a Olgiate e Como; a mezzodì quella che, lambendo le pendici di San Pedrino e di Giubiano, va per Gallarate e Tradate a Milano; a occidente quella che traverso i poggi di Masnago e Comerio mena per Gavirate a Laveno; a settentrione, infine, le due strade di Induno e di Sant’Ambrogio, che spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Se non che a chi riconsideri questa topografia, due cose sono notabili: la prima, che la strada di Induno o di Valgana si allaccia, presso Biumo Inferiore, alla strada di Como, in guisa da formar con essa un angolo retto; la seconda, che il poggio di Biumo Superiore s’incunea a dir così nel quadrivio testè descritto, Varese-Sant’Ambrogio-Induno-Como, e colla forte postura ne tiene la chiave e lo domina.
Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l’attacco principale sarebbe venuto dalla via di Como, non era da trascurarsi il supposto, assai probabile, che l’Urban l’avrebbe compíto con un movimento aggirante per la via di Induno; nè molto meno a rigettare come improbabile il caso che i corpi lasciati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Laveno si movessero a rincalzare di costa e alle spalle l’assalto principale, tentando di mettere i Garibaldini fra tre fuochi.
Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da poter all’evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di troppo la propria linea e disseminare le forze. Si sottintende che Garibaldi non titubò. Immaginate due linee di difesa, una esterna lungo l’arco Biumo-Giubiano-San Pedrino, e l’altra interna rasente gli sbocchi delle principali vie di Varese, occupa coi Carabinieri genovesi e un battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi pianta il suo Quartier generale; mette a guardia di Biumo Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due barricate (una appoggiata alla Villa Litta Modignani a custodia della strada d’Induno, l’altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini a sbarrare la via di Como) assicura con queste disposizioni la sua sinistra. Indi apposta un battaglione del primo mezzo Reggimento in faccia a Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggia il suo centro; colloca tra la Villa Pero e la Villa Decristoforis a San Pedrino il rimanente del primo Reggimento sotto il comando del Cosenz, e fatta asserragliare anche quella strada afforza la sua destra dal lato di Milano; richiama il Bixio da Sant’Andrea, giustamente pensando che il nemico meno temibile stava da quella banda, ma non tralascia di far battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno; munisce di barricate coll’opera de’ cittadini tutti gli sbocchi di Varese e provvede così alla seconda linea; infine, prescritte come eventuali linee di ritirata le strade di Induno e Sant’Ambrogio, tutto visitato co’ suoi occhi, a tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attende di piè fermo il nemico.
XV.
Ed egli non si fece aspettare lungamente. Già fin dalla sera del 25 gli esploratori l’avevano segnalato a Olgiate; un breviloquente manifesto del Commissario regio Emilio Visconti Venosta: «Varesini, voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla,» n’aveva propagata la certezza. I Varesini erano pronti, i Cacciatori impazienti; e al mattino seguente, sullo scoccar delle otto, il nemico apparve innanzi a Belforte e il combattimento cominciò. Del fatto d’arme di Varese (sarebbe ridevole iperbole chiamarlo battaglia) discorse lungamente il capo di Stato Maggiore dello stesso generale Garibaldi;[194] e noi, più desiderosi di raccoglierne gli insegnamenti che vaghi di pennelleggiarne gli aneddoti, ne ridiremo succintamente.