Dei quattromila uomini circa che il generale Urban traeva seco, una parte, forse un battaglione, l’aveva lasciata in riserva a San Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di Granatieri comandati dal tenente colonnello Bioll l’avea inviato per Casanuova e Cazzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d’Induno che il generale Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri, duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Facilmente impadronitosi del poggetto di Belforte, annunziò con alcuni razzi il suo attacco; e mosse simultaneamente contro la sinistra e contro il centro garibaldino. Ma nessuno balenò; i Cacciatori attesero, come Garibaldi aveva prescritto, a mezzo tiro de’ loro grami moschetti l’assalitore e con pochi colpi bene assestati l’arrestarono di botto. Tornò egli tuttavia colla medesima tattica ad un secondo e più gagliardo assalto; due movimenti risoluti e aggiustati, comandati a tempo dai colonnelli Medici e Cosenz, lo frustrarono ancora. Infatti, non appena il nemico fu presso alla barricata della grande strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio, il Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, il Cosenz con un abile controattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore, ributtarono insieme l’assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo sforzarono a battere in ritirata su tutta la linea.

«Il nemico si ritira!» esclamò Garibaldi dal belvedere di Villa Ponti, donde aveva osservato, colla sua consueta serenità, tutte le vicende della pugna: «Bisogna inseguirlo;» e scendendo di galoppo sulla strada, si pone egli stesso a capo dell’inseguimento.

Il generale Urban intanto arrivava a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, ed ivi più nell’intento, crediamo noi, di proteggere la sua ritirata e di aspettare novelle del corpo del tenente colonnello Bioll, ingarbugliato tra le borre di Cazzone, che per velleità di rinfrescare la battaglia, s’apparecchia a sua volta a sostenere l’assalto.

Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze: il battaglione del Bixio mandato sulla destra, un battaglione del Cosenz sulla strada e alcune compagnie del secondo Reggimento del Medici. Del rimanente, parte era rimasto in riserva a Varese, e parte, condotto dal Medici stesso, s’era avviato su verso Cazzone, dove un balenío di baionette aveva fatto sospettare la presenza d’un corpo nemico. Tuttavia, quantunque la postura di San Salvatore sia fortissima e serri la strada quasi come un contrafforte, Garibaldi non esitò ad ordinarne l’attacco, e occupato il poggetto Roera fronteggiante San Salvatore e fatto ripiegare il Bixio che s’era troppo inoltrato, continua a barattare col nemico un vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cazzone il Medici, cui non era riuscito di raggiungere la colonna del Bioll, certamente ritiratasi per Casanova, spinge ad una carica di baionetta tutta la sua linea e costringe nuovamente l’Austriaco a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.

XVI.

Questa in compendio, così nel primo come nel suo secondo periodo, la fazione di Varese: fazione vinta prima che combattuta, e di cui la gagliardía delle posizioni garibaldine, i sagaci provvedimenti del Capitano, il numero di poco disuguale, la tanto disuguale prodezza de’ combattenti, e più d’ogni altra cosa, gli spropositi del Generale austriaco avevano anticipatamente decisa la sorte. Per dir degli spropositi soltanto, essi furono tanti e sì madornali, che nessuna forza e nessuna fortuna li avrebbe potuti correggere. E non parliamo della fiacchezza dell’assalto, della semplicità quasi puerile delle manovre, dell’incoerenza, della lentezza dei movimenti; non dell’errore di lasciare a San Salvatore una così forte riserva; non del più grosso sbaglio di non far appoggiare la mossa dalla colonna di Gallarate e dal presidio di Laveno; parliamo del fallo capitale di non avere fatto attaccare a rovescio Biumo Superiore dalla via Induno; senza di che nessuna forza avrebbe potuto sradicar Garibaldi da quella forte postura.[195] Ma egli lo vide, si dice, e l’ordinò; ed a quel fine doveva operare il battaglione di Granatieri del tenente colonnello Bioll staccato ad Olgiate per Casanova. Peggio ancora, se dopo aver concepita l’idea, d’altronde evidente, non seppe effettuarla. E certo se non fu effettuata, a lui solo tutta la colpa. Infatti obbligando il colonnello Bioll a partire da quel punto lontano, lo pose nella quasi impossibilità di eseguire il movimento aggirante, di cui era incaricato. E basti a dimostrarlo questo solo: che da Casanova a Induno non v’era nel 1859 strada diretta, sì che per arrivare a quel punto era giocoforza fare un lunghissimo giro per Olgiate, o inerpicarsi per sentieri aspri e selvosi di montagne, traverso i quali non era possibile che un corpo pesante (Granatieri) potesse camminare ordinato e spedito per arrivare ad un’ora fissa, a uno scopo determinato. Però il tenente colonnello Bioll, fatte poche miglia fuori di Cazzone, fu costretto ad arrestarsi, ed ecco perchè l’assalto a Biumo, tanto preveduto ed atteso dal generale Garibaldi, voluto, ma non saputo preparare dal generale Urban, non avvenne mai; e fallito il quale, la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro furono certe ed irrevocabili.

XVII.

Ancora più vergognosa fu la rotta toccata all’Urban sotto Como, e davvero se era quegli il più famoso capo di partigiani che l’Austria possedeva a que’ giorni, si può dire che il nostro non ne sarebbe stato vinto mai. All’annunzio della vittoria di Varese l’agitazione patriottica, che ancora non poteva dirsi insurrezione, delle popolazioni circonvicine, s’era rinfocolata ed estesa, e i patriotti di Como avevano immediatamente inviati oratori segreti a Garibaldi per dirgli che la loro città lo aspettava fremendo; che molte pievi del Lario s’eran già sollevate, ed alcune centinaia di giovani armati avevano già occupati i vapori del lago, volontariamente passati alla causa nazionale. E Garibaldi non penò molto a promettere che sarebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito d’impadronirsene tosto, ma di occupare in faccia ad esso una buona posizione che gli permettesse di dar la mano agl’insorti del lago e di riassalire di conserva con loro l’Austriaco.

Date pertanto le sue disposizioni per la cura dei feriti, per la provvigione dei viveri, per la sicurezza di Varese, all’alba del 27 col primo Reggimento in testa s’incamminò con tutta la brigata per la via postale, più volte nominata, che per Olgiate e Cavallasca mette a Como. Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Schaffgotsche), onde la sua colonna venne a sommare a circa diecimila uomini,[196] aveva preso una posizione difensiva fra la strada medesima e l’altra più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Brecchia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Parè sul lago, si preparò a sostenere l’assalto. Se non che, male esperto delle abitudini di Garibaldi, egli se l’aspettava principalmente nel piano, alla sua sinistra; quindi rinforzato questo punto, indeboliti malaccortamente tutti gli altri. Garibaldi invece aveva l’occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arresta la colonna, mette in posizione tutto il primo Reggimento in aspetto di chi prepari un assalto da quella banda, ristà e tiene a bada il nemico per alcune ore, e allo scoccar del mezzogiorno, sempre coperto dal reggimento Cosenz, volta repentino a sinistra per le erte viottole che salgono a Geronico al Piano ed a Parè, e giunge a Cavallasca in faccia a San Fermo. E quivi spiate attentamente dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, il generale Garibaldi ideò prontamente il suo piano e ne ordinò con pari celerità l’esecuzione. Toccò la prima prova al colonnello Medici ed al suo reggimento; la terza compagnia del De Cristoforis sostenuta da un’altra attacchi di fronte la chiesa di San Fermo; la quarta compagnia del Susini-Millelire l’attacchi di costa per la sinistra; quella del Vacchieri fiancheggi per la destra; altre compagnie condotte dal Gorini e dal Medici in persona calino sulla strada San Fermo-Rondinello e minaccino la ritirata nemica.

Il primo cozzo fu tremendo; i Cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati intorno al parapetto del piazzale della chiesa, che s’innalza sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre di due case circostanti, balestrano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco i primi assalitori; la compagnia De Cristoforis, che forse s’era mossa troppo presto all’assalto,[197] riga del sangue de’ suoi migliori la via infuocata; cade, colpito al cuore, il tenente Pedotti; cade, lacerate le viscere, il capitano De Cristoforis; cade, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni; la compagnia decimata balena, s’arresta un istante, ma non indietreggia: intanto l’assalto ai due fianchi si spiega e incalza; un battaglione austriaco si lancia alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici in persona che lo arresta, lo carica, lo rovescia; altre compagnie subentrano a rinfrescare l’assalto, e il nemico ormai circuito, diviso, sgominato, va in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.