XXIV.

Ma qui ci occorre aprir tutto l’animo nostro. A Garibaldi era stata commessa un’ardua impresa senza la forza necessaria a compierla. La sproporzione anzi tra il fine ed i mezzi parve a taluno sì grande, che il Governo piemontese fu persino sospettato d’aver piuttosto mirato ad orpellare la parte rivoluzionaria con una vana lustra e trastullar Garibaldi con un gradito zimbello, che voluta seriamente un’opera seria. E il sospetto era certamente ingiusto, e la lealtà di Vittorio Emanuele ed il patriottismo del conte di Cavour ce ne stanno garanti. Però se mal animo non ci fu, nè ci poteva essere, ci fu certamente errore. Se davvero si credeva utile, se non necessaria, una diversione nell’alta Lombardia, conveniva che i mezzi le fossero apprestati in misura adeguata agli ostacoli che doveva superare ed ai nemici che doveva vincere. E ciò non fu. Si trattò Garibaldi, come i padri feudali del Medio Evo trattavano i figliuoli cadetti: mettevano loro nelle mani un vecchio ronzinante, una vecchia lama ed una smilza borsa e li mandavano a cercar fortuna pel mondo.

Così al capo de’ Cacciatori delle Alpi: gli diedero tremila cinquecento giovani male armati, mal vestiti, senza artiglierie, senza cavalli, e gli dissero: ingegnati. Ed egli s’ingegnò; ma non era nè provvido nè fraterno attender tutto dai prodigi del suo genio e dal valore de’ suoi camerati. Egli sapeva d’esser debole; e però prima di partire dal Po aveva invocato che la sua brigata fosse rinforzata e provveduta di tante cose necessarie a qualunque guerra; ma, triste a ripetersi, o gli furono negate, o non gli furono concesse che tardi, a spizzico, a stento, quando n’era ormai passato il bisogno e scemata l’utilità. Chiese infatti il reggimento de’ Cacciatori degli Appennini, volontari venuti e organizzati per lui: negati; chiese una batteria di cannoni: negata o concessa soltanto a metà, senza muli, senza artiglieri e d’un calibro insufficiente; chiese cavalli, ambulanze, armi: negati o dati così a rilento, in sì scarsa misura, da tornar pressochè inutili! Nessuno può immaginare quel che avrebbe potuto fare Garibaldi, se invece di quei tremila cinquecento uomini, ne avesse avuti anche non più di cinque o seimila forniti di tutte le armi convenienti!

E fosse qui tutto; ma fu lasciato quindici interi giorni senza un’istruzione, un ordine, una notizia, nè dell’esercito nemico, nè dell’esercito amico; talchè egli non conobbe le mosse degli alleati, e nemmeno il loro avvicinarsi al Ticino e i preludi di Magenta, se non quando erano già vociferati dovunque dalle gazzette e dalla fama! Ora dicasi pure che carattere di codesti corpi alla partigiana è d’essere spediti e leggieri e di procedere sciolti e indipendenti dai grandi eserciti, di cui sono in certa guisa le estreme avanguardie: tutto questo sappiamo noi, e sapeva meglio Garibaldi; ma sunt certi denique fines, anco a questa norma; e i confini doveva prescriverli il dovere, oltrechè l’utilità: il dovere di metter in grado il corpo staccato d’adempiere al suo scopo e di trarre dall’opera sua tutto il vantaggio possibile. E se ciò si fosse osservato, non si sarebbe potuto affermare, e con molta ragione, che la punta di Garibaldi in Lombardia fu militarmente infruttuosa. Se gli fosse stato dato il poco che chiedeva, se avesse potuto varcare il Ticino con forze almeno raddoppiate, se non gli si fossero nascosti, quasi come a nemico, i principali movimenti del grande esercito, nessuno può prevedere quel che avrebbe saputo fare!

Probabilmente l’Urban non sarebbe stato battuto due sole volte, ma tre; certo non avrebbe potuto, nè liberamente accorrere alla chiamata del Giulay, nè recare il 4 giugno all’esercito imperiale il soccorso non ispregevole che gli recò.

Il 24 maggio il conte di Cavour telegrafava a Garibaldi in Varese: «Insurrection générale et immédiate;» e certo se v’era uomo da intendere l’ardito laconismo di quel comando, era il capo dei Cacciatori delle Alpi. Se non che il conte di Cavour scrivendolo dimenticava due cose: che se non è mai facile intimare una rivoluzione a giorno e ora fissa per cenno di telegrafo, lo era anche meno in un popolo, come il lombardo, vigilato da un presidio di circa ventimila soldati e serrato all’intorno da un esercito ancora invitto di duecentomila, côlto inerme e sprovveduto, educato da anni alla fede lunga e pacifica della rivoluzione diplomatica e dell’iniziativa piemontese; e che al postutto vedendo la sua causa commessa alle mani di due eserciti poderosi, non vedeva più alcuna ragione sufficiente per buttarsi allo sbaraglio d’un’insurrezione, di cui eran certi i rischi, affatto ignoti i vantaggi e superflui i sacrifici.

E v’ha di più. Acciocchè la rivoluzione lombarda potesse divenire veramente «generale,» come la intendeva il conte di Cavour, era necessario che essa o prima o poi s’impadronisse di Milano. Una rivoluzione chiusa nelle prealpi del Varesotto e del Comasco poteva essere sgradita e fastidiosa al Governo austriaco, ma danneggiare o molestare seriamente il suo forte esercito non mai. Milano, se l’insurrezione lombarda era davvero necessaria alla vittoria, doveva essere il focolare dell’incendio, e una volta acceso nella capitale tutte le provincie sarebbero divampate.

Ma come sperare tanta fortuna? E come, ammesso pure che i Milanesi fossero predisposti alle disperate audacie del 48, come avrebbe potuto Garibaldi o spingerli, o secondarli, o soccorrerli?

Il Carrano scrive che il Medici la mattina del 3 giugno consigliò il suo Generale di marciare su Milano; e il consiglio riattesta l’animo del prode che lo dava. Ma poteva Garibaldi con quei suoi tremila, spossati, logori, decimati, avventurarsi contro le mura d’una città non forte, ma pur sempre bastionata, guardata ancora da un potente presidio, fiancheggiata sempre dall’Urban, lontano poco più d’una marcia, e incerto ancora l’esito della battaglia di Magenta; anzi incerto persino che battaglia vi sarebbe stata?

Da qualsivoglia parte la si riguardi, comunque la si rivolti, la spedizione di Garibaldi in Lombardia fu tanto male apprestata ed ordinata, quanto mirabilmente condotta e combattuta. Se la diversione sull’estrema destra nemica, se «l’insurrezione generale ed immediata» della Lombardia erano reputate parti utili e integranti del piano generale di campagna, conveniva che Garibaldi arrivasse sul terreno con forze adeguate al cimento. Se non lo era, meglio adoperare i volontari e il loro Capo altrove e più utilmente; meglio non illudersi nè illudere; meglio risparmiare tanto sangue prezioso e tante giovani vite; e lasciar che la guerra fosse quel che era di fatti: un’impresa nazionale, commessa dal popolo alla dittatura d’un Re leale, d’un abile Ministro e d’un generoso alleato, e nella quale al popolo non restava altra parte che combattere ubbidiente e allineato nelle file, attendendo dalla fortuna delle armi e dalla virtù de’ suoi liberatori i decreti del suo destino.