XXV.

Tuttavia nemmeno per la battaglia di Magenta la brigata garibaldina cessò dal suo ufficio o rallentò dalla sua operosità. Come prima, continuò a precedere il grande esercito alleato, a correre sui fianchi del nemico, a occupar nuove terre, a piantar sempre più innanzi il vessillo italiano; e come prima, fu lasciata (almeno fino al 9 giugno) senza sussidi, senza comandi, senza notizie; abbandonata all’abilità del suo Capo ed alla sua stella.

Noi ne traccieremo a rapidi passi l’itinerario, poichè per dieci giorni tutto il merito suo fu di celerità e di lena.

Il 4 e 5 giugno Garibaldi li adopera a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, ad afforzarsi in Como, a perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, a lanciare sulle orme del nemico drappelli di scorridori che si spingono sui fianchi dell’Urban ritirantesi da Gallarate, volteggiando sin presso le porte di Milano.

Nella notte poi dal 5 al 6, ormai certi gli effetti della battaglia di Magenta, s’imbarca con tutta la brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como per tutela della città e nucleo di nuovi battaglioni, alla volta di Lecco, e nel giorno stesso in cui l’esercito alleato varcava il Ticino, tocca la destra sponda dell’Adda. Breve però la fermata: chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripiglia la marcia per Caprino e Almeno; e dopo breve sosta scende a passo di carica sopra Bergamo, dove sperava abbrancare almeno la coda del reggimento di presidio, che due suoi fidati, introdottisi furtivamente nella città,[205] gli avevano annunziato fare apparecchi di precipitosa ritirata.

Arrivato però troppo tardi, chè il nemico era corso più di lui, pensa immediatamente a inseguire i fuggenti sulla strada di Crema; se non che, appena cominciata la marcia, ode alla stazione che un corpo d’Austriaci s’avanza in ferrovia col proposito di giungere in aiuto del presidio, di cui ignorava la partenza. Allora Garibaldi che si vede tornar tra le ugne, inconscio e sprovveduto, quel nemico che aveva fino allora indarno inseguíto, pregusta la voluttà d’una copiosa e facile retata, e richiamata in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuisce e rimpiatta in tutti i nascondigli della stazione i suoi Cacciatori, che zitti, quatti, intenti, coll’ansia del cacciatore che anela la preda, stanno ad aspettare. Disdetta! A pochi passi da Seriate il battaglione viaggiante, avvisato da uno spione (fungaia di tutte le guerre) che a Bergamo v’erano i Garibaldini, arresta il treno, ne smonta frettoloso, e circondato da fiancheggiatori e da esploratori s’inoltra con tutta la cautela verso la città. E poteva ancora essere colto; se non che il Bronzetti, inviato con una compagnia a percorrer la strada di Seriate, lo incontra; non contando i nemici li assalta con impetuoso ardimento e li arresta, li sbaraglia, li costringe a ricercare più celeri che mai la vaporiera, che li salva dall’agguato mortale che li attendeva.

XXVI.

In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole! E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206] di dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi, la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.

Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino impossibile.[207]

Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]