Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’ suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò all’alba del 14 le porte di Brescia; la quale, memore del suo nome, sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori, guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato, pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole parole.
Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca, frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via; ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.
XXVII.
Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto, da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà, ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare, diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.
E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che vogliasi chiamarlo.
Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209] su Lonato, dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva, esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.
Ubbidendo pertanto all’ordine regio, all’alba del dì successivo il Generale metteva in moto la sua colonna verso la mèta designata. Se non che, giunto a Rezzato, esploratori suoi e paesani gli annunziano che sulla sua destra tra Castenedolo e Montechiaro scorrazzava un corpo d’Austriaci, che era appunto la retroguardia dell’inevitabile Urban, accampato a Montechiaro. Garibaldi allora, non volendo tollerare quella molestia sul suo fianco, fece prudentemente ristare la colonna tra Rezzato e Tre-Ponti, e quivi, schierati il primo Reggimento agli ordini del Cosenz e un battaglione del secondo agli ordini del Medici in guisa da occupar tutti gli sbocchi da Tre-Ponti a Castenedolo, continua con altri tre battaglioni per Bettoletto, onde mettere ad effetto la seconda parte dell’ordine ricevuto. Però non era scorsa mezz’ora dalla sua partenza, che un colpeggiare di schioppettate annunziava come i nostri avamposti di destra fossero alle prese col nemico. Forse era da ricusar tosto il combattimento; ma poichè il nemico incalzava da ogni parte, e il Cosenz appartiene a quella buona scuola militare, che il miglior modo per respingere un attacco ritiene il contrattacco; si spinse innanzi con tutte le sue forze ed accettò la lotta. Non descriveremo tutte le fasi del combattimento di Rezzato; rammentiamo soltanto ad onore di chi lo sostenne, che in sulle prime, incalzato da brillanti cariche alla baionetta, il nemico cedette su tutta la linea, e andò travolto fin sotto Castenedolo; che in appresso l’ungherese colonnello Türr, venuto da pochi giorni al Quartier generale di Garibaldi, avendo spinto con più valore che prudenza gli scarsi nostri pelottoni ad attaccar lo stesso nemico nel centro della sua posizione, anche il Cosenz fu costretto a secondarlo, onde il combattimento si spostò affatto dal primo terreno, che gli serviva di base; che infine, essendo accorsa da Montechiaro in sostegno de’ suoi combattenti un’intera brigata austriaca, e avendo questa ripresa l’offensiva, non ostante il valore disperato degli assaliti, e l’eroico sacrificio del prode de’ prodi[210] Narciso Bronzetti; non ostante la intrepidezza sfortunata del colonnello Türr, esso pure ferito, e il sangue freddo imperturbato di Enrico Cosenz, vero capitano di quella giornata; i nostri sopraffatti dal numero furono costretti a dar le spalle, non senza confusione e disordine, sino a Rezzato. Giungeva però nello stesso punto, chiamato non tanto dal fragore della fucilata, che sul Chiese si udiva appena, quanto dai reiterati messaggi del Cosenz, Garibaldi in persona; il quale, riuscito d’accordo col Medici, col Cosenz, co’ più valorosi de’ suoi Luogotenenti a ristabilire un po’ di calma e d’ordine nelle file scompigliate de’ fuggenti, arresta la foga dell’incalzante nemico; fino a che, essendo comparse a Castenedolo le avanguardie del generale Cialdini, richiesto da Garibaldi e mandato in soccorso dal Re, il nemico suonò a ritirata e i Garibaldini restarono padroni del campo di battaglia.
Non fu dunque, come si scrisse, una sconfitta; i nostri non perderono un palmo del terreno occupato la mattina; il nemico venne ad assalire e fu respinto: co’ suoi quattromila poteva, nel comodo spazio di quattr’ore, circuire, tagliare, stritolare i tre sottili battaglioni italiani e non vi riuscì, e la vittoria, quando mai, non fu sua. Ma sconfitta, o vittoria, o scacco, od insuccesso, come vogliasi dire, il merito o il demerito non va ascritto a Garibaldi.
Egli ricevette un ordine d’avanzare sulla strada di Lonato, e ubbidì; al primo sentore del nemico si arrestò e mandò ad avvertire dell’evento il Quartier generale: se si dilungò a restaurare il Ponte di Bettoletto, eseguì un ordine del Re, che non toccava a lui il discutere; se la battaglia s’impegnò e si estese, la posizione l’aveva resa inevitabile e fu onore del Cosenz e de’ suoi prodi l’averla sostenuta.
Garibaldi dunque può rimuovere da sè ogni responsabilità della giornata di Rezzato; se pure non ha diritto di chiedere che ne siano rimeritati i suoi Luogotenenti, che ne resero a forza di virtù meno dannose le conseguenze. E sappiamo bene che un secondo messo del Re, il capitano Uberto Pallavicino, raggiunse Garibaldi a Bettoletto, e gli portò un secondo ordine, nel quale era scritto: «Resti nella posizione occupata.» Ma dice bene il Carrano: quale posizione? Quella di Sant’Eufemia del mattino, o di Rezzato e Bettoletto del mezzogiorno? L’ordine giunse tardi e non certo per colpa d’alcuno; la cavalleria che doveva sostenere la nostra brigata non si mosse, ed a chi la fermò non saranno mancate buone ed imperiose ragioni; ma tutto ciò non poteva essere nè conosciuto nè indagato da Garibaldi, il quale, avendo la saggia abitudine d’ogni uomo di guerra di eseguire o far eseguire immediatamente gli ordini che dà o riceve, non poteva arrestarsi a discutere, a interpetrare quello che gli mandava il Re in persona; nè per la prima volta che il Quartier generale l’onorava d’un suo comando, rischiare di apparire o pigro o disubbidiente sol perchè v’era un rischio maggiore ad essere sollecito e disciplinato.