E basti: la parte eroica e brillante de’ Cacciatori delle Alpi è finita. Passato l’esercito alleato sulla sinistra del Chiese, la brigata è divisa in due parti: una sta con Garibaldi ad occupare gli sbocchi di Valsabbia; l’altra sale col Medici a custodire le gole della Valtellina. Ma via via che il campo si impicciolisce, ne diradano i frutti e ne ammutisce, innanzi al gigantesco strepito di Solferino, la memoria.

Per alcuni giorni, è vero, Garibaldi spera sempre di potere, per mezzo di barche, tragittarsi dal lago sulla sponda veneta, e girato il Quadrilatero portarsi ancora sui fianchi dell’esercito austriaco; ma un ordine del Quartier generale viene a troncargli il disegno e la speranza. Il Cialdini, improvvidamente staccato dal grosso dell’esercito, passa a dargli lo scambio in Valsabbia; ed egli, Garibaldi, va a fiancheggiare il Medici in Valtellina; più tardi però di nuovo è richiamato; e la brigata dei Cacciatori delle Alpi, già ingrossata coi terzi battaglioni, e coll’arrivo del reggimento dei Cacciatori degli Appennini cresciuta a Divisione, riceve il mandato di custodire le tre valli che da Bormio, dal Tonale e da Monte Suello sboccano in Lombardia, e potevano portar sui fianchi degl’Italo-Franchi veri od immaginari nemici.

E fu memorabile in quel breve periodo la campagna del Medici, il quale, impadronitosi con rapido colpo di mano di Bormio, rimase signore temuto e incrollato della Valtellina fino allo scoccar di Villafranca; nè furono senza sapienza nè senza pena gli ordini dati da Garibaldi, per render concordi e armoniche le mosse delle sue tre colonne; ma a che pro? Nessun nemico serio minacciava quelle chiuse; tutto lo sforzo era concentrato tra il Chiese ed il Mincio: Solferino tra poco ci schiudeva i varchi fino all’Adige, e pareva il penultimo atto del dramma. Scoppiò invece inattesa catastrofe, Villafranca; e la stessa mano che arrestava innanzi al Quadrilatero la marcia trionfale d’Italia, arrestava sui monti i nostri Cacciatori delle Alpi, e li sospingeva col loro Duce in cerca d’altri campi e d’altre battaglie.

XXVIII.

Il conte di Cavour, sbollita l’ira del colpo inaspettato, scriveva da Leri: «Bénie soit la paix de Villafranca,[211]» e l’Italia faceva come lui: s’adirava, rompeva prima in alte grida di dolore e di sdegno, ma poscia in cuor suo diceva: Benedetta sia la pace di Villafranca! Gli è che, se Villafranca troncava la guerra sul Mincio, le apriva una via più libera e più ampia dal Taro alla Cattolica, e la lasciava arbitra del proprio destino.

Un altro Solferino avrebbe ricacciato l’Austriaco oltre l’Alpi, liberato la Venezia, costituito un forte regno dell’Alta Italia; ma, periglioso ricambio, ingrandito e rassodato altresì il predominio francese, conservati o restaurati nella Penisola tutti i suoi regoli, effettuata senza possibilità di contrasto l’idea napoleonica della Confederazione presieduta dal Papa, costretto lo stesso Governo di Vittorio Emanuele a subirla per prudenza, a rispettarla per lealtà e per gratitudine.

Mercè Villafranca il problema dell’indipendenza restava insoluto, ma era avviata la soluzione di quello dell’unità. Il non intervento non era ancora dichiarato nè pattuito; ma il nativo buon senso degl’Italiani l’aveva letto, come suol dirsi, tra le righe, facilmente comprendendo che Napoleone poteva bensì dispettare il moto unitario del centro, e strepitare e minacciare, ma certamente non sarebbe mai ridisceso in Italia a disfare colle sue mani l’opera sua, nè avrebbe permesso che l’Austria, sua rivale, la disfacesse a beneficio proprio. Così dalle sventure nascono sovente le fortune; così un fiume regio se incontra una diga improvvisa devía bensì dal primo suo corso, ma per scavarsi un letto più vasto e più profondo e camminare più maestoso alla sua foce.

Restava, è vero, che gl’Italiani sapessero trar profitto dalle favorevoli circostanze; ma sappiamo che di quel senno furono capaci. Affrettare e condurre a termine la gran trama dell’unificazione, contenendo al tempo stesso gli eccessivi, acquetando i timorati e attraendo gli avversi; combattere in un punto solo le velleità municipali, le congiure dinastiche, le candidature forestiere, senza offendere troppo crudamente il culto delle tradizioni locali, nè manomettere la libertà, nè insanguinare la rivoluzione; resistere alle querimonie della Diplomazia senza irritarla, ai rabbuffi della Francia senza inimicarsela, alle strida del Papa e dell’Austria senza porger loro alcun pretesto di guerra; e tutto ciò operando d’accordo col Piemonte senza comprometterlo e obbedendo alla volontà di Vittorio Emanuele senza scoprirla; questa era l’opera molteplice e delicata che il fato aveva imposto ai popoli del centro, e la storia ha scritto come seppero compirla. Li sorresse, è vero, l’inflessibile fermezza del barone Ricasoli; li scorse da lontano il tacito patrocinio d’un gran Re, e dall’ombra solitaria di Leri il genio d’un grande Ministro; li secondò finalmente un manipolo d’uomini valenti e benemeriti;[212] ma insomma il primo e vero autore di quella stupenda concordia di sacrifici e di ardimenti, di accortezze e di costanza che al sorgere del 1860 riunì in una sola famiglia dodici milioni d’Italiani, fu il popolo; e senza la virtù sua nessuna forza di volontà o prodigio di genio avrebbe potuto vincere quell’ardua guerra.

XXIX.

E uno de’ maggiori problemi imposti ai governanti dell’Italia centrale erano le armi. La formazione d’un esercito era non solo necessaria a quei nuovi Stati, come testimonio della loro vitalità e guardia della loro esistenza; ma all’intera Italia, che poteva da un istante all’altro essere forzata a difendere colla spada in pugno il nascente edificio della sua indipendenza. Tuttavia ordinare in un sol corpo tutte le membra sparse di que’ tre o quattro esercitini che eran smontati dalla guardia delle bandite Signorie, vivificandoli del novello spirito, depurandoli dai corrotti elementi e fondendoli insieme con tutta quella massa eterogenea di milizie improvvisate, di volontari inesperti e di soldati di ventura accorrenti da ogni dove al centro, come ad un focolare, non era facile assunto; e s’intende come ad esso intendessero le supreme cure dei reggitori di quelle provincie. Vi si eran provati prima il Mezzacapo colle milizie bolognesi, il Ribotti colle parmensi, l’Ulloa colle toscane; ma nè quelli avevano riscossa sufficiente autorità, nè l’Ulloa, per la mala prova fatta nella spedizione di Lombardia e per i suoi armeggiamenti napoleonici, era parso adatto all’ufficio. Si fu allora che il Governo del Ricasoli, sospinto dal voto pubblico, pensò di invitar al comando dell’esercito toscano il Garibaldi, incaricando dell’imbasciata il valoroso Malenchini, già da qualche mese ascrittosi al Quartier generale dei Cacciatori delle Alpi, e al Generale carissimo.