Erano i primi d’agosto; il Generale era in Lovere sofferente della sua artritide, ma d’animo sereno e tranquillissimo. Villafranca l’aveva scoraggiato meno di chicchessia; credeva più che mai alla fortuna d’Italia; ammirava lo stupendo moto dei popoli del Centro; parlava sempre con fede entusiasta di Vittorio Emanuele, e persisteva nel predicare a quanti l’accostavano la necessità della sua dittatura. In un manifesto, anzi, da lui indirizzato agl’Italiani del Centro, non solo ripeteva quel ch’egli chiamava sacro programma: «Italia e Vittorio Emanuele;» ma proclamava il dovere degl’Italiani di serbare: «Eterna gratitudine a Napoleone e alla nazione francese.»
Naturalmente con siffatta disposizione d’animo l’offerta del Malenchini fu prima accolta che annunziata. Il Generale chiese immediatamente d’essere dispensato dal comando dei Cacciatori delle Alpi e il 7 agosto il Ministro della guerra La Marmora segnava il suo congedo; l’11 rivolgeva un affettuoso addio a’ suoi compagni d’arme di Varese e di Como; e il 30 di quello stesso mese, seguíto da pochi amici ed ufficiali, partiva per Modena, dov’era stanziato il Quartier generale della sua Divisione.
Quantunque però la sua nomina fosse grandemente popolare, non tutti gli ufficiali dell’antico esercito toscano l’avevano veduta con uguale favore. Sparsasi la voce ch’egli avesse proposto al Governo una lunga lista de’ suoi vecchi ufficiali, li inaspriva il pensiero d’essere, a cagion di questi, o cassati, e messi in disparte, o frodati de’ loro diritti ed offesi nel loro amor proprio. Invasati essi pure dal pregiudizio comune all’universa famiglia militare, che Garibaldi non fosse che un guerrigliero rivoluzionario, sprezzante delle ordinanze stanziali, ribelle ad ogni disciplina, ignaro d’ogni precetto militare, temevano ch’egli capitasse loro addosso per scompigliare e disordinare anche quel poco che s’era fino allora faticosamente venuto ordinando e costituendo; e per questa e per quella ragione ognuno «in suo sogno dubitava.»
Quando però lo videro arrivare scortato soltanto da cinque o sei ufficiali, e di questi quattro soli aver posti importanti ne’ quadri della Divisione toscana: il Medici comandante di Brigata; il Bixio d’un Reggimento; il Corte capo di Stato Maggiore;[213] e avvicinato l’orco s’accorsero che non divorava, e cominciarono a sentir l’incanto di quella parola melodica e l’impero di quella dignità affabile, e lo videro alla prova reggere con mano ferma la disciplina, raccomandare l’istruzione e attendere all’ordinamento del suo corpo, quanto e meglio d’un vecchio Generale di mestiere; allora anche le idee de’ più increduli si vennero modificando; la fiducia tra gli ufficiali e il Generale rinacque prontamente, e la Divisione toscana prese ben presto quel piglio sciolto, e quel carattere guerriero e italiano che per ragioni molteplici le erano fino allora mancati.[214]
XXX.
Verso la metà d’agosto i quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, Modena e Parma, ubbidienti ad una felicissima ispirazione dell’infaticabile Farini, conchiudevano tra di loro una Lega militare, mercè della quale ognuno di loro obbligavasi a contribuire un contingente di milizie, destinate alla tutela dell’ordine ed alla difesa dell’indipendenza comune, e ordinate perciò in un esercito solo sotto un sol Comandante.
Ora è noto che il capitano prescelto fu Manfredo Fanti, il quale, riunendo in sè i molteplici requisiti di Generale sardo, di dotto militare e di vecchio rivoluzionario, sembrava l’uomo più acconcio al delicato e multiforme ufficio. E certo l’esercito della Lega sentì ben presto il tocco della sua mano esperta e robusta; lo partì in tre Divisioni, mettendovi a comandanti Pietro Rosselli, Luigi Mezzacapo e Garibaldi; apparecchiò i quadri di nuovi reggimenti di cavalleria e artiglieria; alacremente provvide alle armi, alle assise, alle ambulanze, all’amministrazione; aprì in Modena una Scuola militare, che tuttodì fiorisce; e, riforma più importante di tutte, prima ancora che l’annessione fosse dichiarata, diede al nuovo esercito i numeri progressivi del piemontese e ne fece con esso un esercito solo. Un solo atto del Fanti diremmo più degno di encomio per la sua generosità, che per la sua saggezza: pochi giorni dopo il suo arrivo, nominava il generale Garibaldi Comandante in secondo dell’esercito collegato; val quanto dire suo primo Luogotenente e rappresentante. Ora la ragione ispiratrice di questo atto fu per fermo nobilissima, ma nel rispetto militare non altrettanto saggia ed accorta. Codesti comandi duali negli eserciti nuocciono spesso, giovano quasi mai. Se reali, aprono una sorgente inesauribile di equivoci, d’attriti, di urti sovente rovinosi; se apparenti, mortificano l’amor proprio dell’inferiore di grado, ne scemano l’autorità, ne paralizzano l’azione, seppure non ne formano un vero inciampo ed un vero pericolo. E il fatto ci darà fra breve ragione.
Verso la metà d’ottobre era corsa voce che i mercenari pontificii, da tempo raccolti ne’ dintorni di Pesaro, apparecchiassero un’irruzione al di qua della Cattolica; e nello stesso tempo, che i popoli delle Marche e dell’Umbria, stanchi di mordere il freno aborrito, fossero prossimi a rompere in aperta sollevazione. A queste novelle, certo ingrandite dal desiderio e dall’arte, nè il Ricasoli nè il Cipriani prestarono fede; ma non così il Farini ed il Fanti, i quali, nutriti di latte rivoluzionario assai più di que’ due, lungi dall’impaurirsi di quella eventualità, l’avrebbero salutata con gioia, siccome l’occasione più propizia per provare la forza del novello Stato e al tempo stesso, sotto la bandiera della legittima difesa, dilatar la rivoluzione ed estendere i confini dell’Italia liberata.
Il Fanti perciò, d’accordo col Farini, concentrate intorno al confine due Divisioni, la toscana e la modenese, le pone entrambi sotto il comando supremo del generale Garibaldi e gli dà per iscritto queste testuali istruzioni:
«1º Tenersi in difesa sulla frontiera.