»2º Resistere al nemico se attaccasse.
»3º Dato questo caso e supposto di poterlo respingere, inseguirlo oltre il confine sin dove la prudenza consigli arrestarsi.
»4º Quando ciò avvenisse, altre truppe della Lega accorrerebbero immediatamente in appoggio di quelle che avessero oltrepassata la frontiera.
»5º Qualora una intera provincia, o anche una sola città si sollevasse e proclamasse volersi unire alle Romagne, e domandasse soccorso per essere protetta contro un nuovo eccidio, simile a quello di Perugia, e per mantenere l’ordine pubblico, in tale evenienza doversi spedire ai sollevati armi ed armati, in quella misura che le circostanze consiglieranno.
»6º Finalmente se il nemico tentasse colla forza di riprendere quei luoghi, le truppe della Lega dovranno opporvisi difendendoli energicamente, nè desisteranno dalle ostilità contro i Pontificii, se non quando abbiano occupato tanto terreno, quanto riterranno necessario per garantire la loro sicurezza.»
XXXI.
Non appena però queste istruzioni furono conosciute, grande l’allarme su tutta la linea: gli stramoderati, perchè, a parer loro, si avventurava nell’ignoto tutto il bene conquistato; il Ricasoli, perchè non tollerava di veder complicata di nuovi problemi l’opera dell’annessione, sua nobile monomania; il Cipriani, all’opposto, perchè temeva di sgradir all’idolo bonapartista e di guastar il suo disegnino d’una Romagna separata; il Gabinetto di Torino, perchè si sentiva venir addosso nuovi impicci e nuovi rabbuffi diplomatici; tutti, quali per una ragione, quali per un’altra, biasimavano quella risoluzione, facendo carico al Fanti ed al Farini d’averla presa di loro capo senza nemmeno consultar gli altri due Governi della Lega (nel frattempo i Governi di Parma e di Modena s’eran fusi in un solo detto dell’Emilia), e violando i confini della loro legittima podestà.
Però non andò guari che la procella, lentamente addensatasi in segreto, alquanti giorni dopo scoppiò. Verso gli ultimi di ottobre, il Cipriani, il Ricasoli e Marco Minghetti per terzo, convenuti segretamente alle Filigare, deliberarono d’accordo di sconfessare senza indugio quelle pericolose istruzioni, tenendo tuttavia quanto al modo due vie diverse, secondo i caratteri e gl’ingegni: al Ricasoli essendo bastato di disdire recisamente l’opera tenuta illegale e pericolosa; il Cipriani avendovi voluto aggiungere di suo l’ingiunzione al Fanti di recarsi a Bologna ad una specie di redde rationem, e di rimandar tostamente le truppe ai quartieri d’inverno.
S’impennò alla superba intimazione il Fanti, e fiancheggiato dal Farini ribattè fieramente col noto telegramma: «Non ricevo ordini che dai tre Governi riuniti;» risposta invero più superba che giusta; poichè se i tre Governi riuniti gli parevano necessari a disfare, a maggior ragione avrebbero dovuto parergli indispensabili a fare.
Comunque, durando il dissidio, e persistendo il Fanti a voler rassegnare l’ufficio piuttosto che cedere; il re Vittorio Emanuele, al quale nulla di quanto accadeva nella Penisola era nascosto, risolveva d’intervenire colla forza dell’autorità sua, chiamando presso di sè Garibaldi a sentire consiglio; e scrivendo contemporaneamente un’affettuosa lettera al Fanti per invitarlo a desistere da’ suoi propositi e piuttosto a deporre l’ufficio ed a tornare presso di lui, lasciando a Garibaldi solo il carico ed il rischio d’una impresa ch’egli, Re, non approvava.