»Trovando con arti subdole e continue vincolata quella libertà d’azione che è inerente al mio grado nell’armata dell’Italia centrale, ond’io usai sempre sempre a conseguire lo scopo cui mira ogni buon Italiano, mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un’altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della patria, io ritroverò un’arma qualunque ed un posto accanto a’ miei prodi commilitoni.

»La miserabile volpina politica che turba il maestoso andamento delle cose italiane deve persuaderci più che mai che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale soldato dell’indipendenza nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenta tuffarci nelle antiche sciagure.

»G. Garibaldi.»

Dopo ciò si poteva credere che il Generale s’apparecchiasse, irato Achille, a ritornare sotto la tenda della sua Caprera, tanto che l’annunziava con un affettuoso e riverente biglietto[220] al Re stesso, quando mutava improvvisamente pensiero; e il 23 mattina, giorno da lui fissato per la partenza, bandiva un nuovo proclama agl’Italiani, in cui, confermata la sua fede in Vittorio Emanuele, gl’invitava di nuovo a versare il loro obolo per la sottoscrizione nazionale del Milione di fucili, già da lui iniziata fin dall’ottobre, affinchè ognuno «preparasse un’arma per ottenere, forse domani, colla forza ciò che si tentenna ora a concedere colla giustizia.[221]»

Partiva invece per Nizza, dove dimorava, occupato di sue faccende private, fino ai primi di dicembre, e dove, stando a svernare l’Imperatrice delle Russie, si divulgava la fiaba ch’egli la visitasse per accordarsi con lei circa ad una immaginaria candidatura d’un Principe russo al trono, non per anco tagliato, dell’Italia centrale.[222]

Di là fece, è vero, una corsa a Caprera, ma breve; chè prima della metà dello stesso mese era di nuovo sul Continente. Dal 14 al 25 dicembre infatti lo troviamo a Fino, villa del marchese Raimondi, presso Como, d’onde indirizza agli studenti di Pavia un infiammato appello;[223] il 26 passa per Milano, ed alla folla, acclamante lui essere la forza d’Italia, risponde: «Errore; la forza di una nazione non è in un uomo solo, ma in sè stessa;[224]» il 29 lo incontriamo a Torino, dove lo porta la speranza di ottenere l’organizzazione della Guardia Nazionale mobile di Lombardia ed ha in proposito un lungo colloquio col Re.[225] Nel giorno stesso lo vediamo rinunciare alla presidenza dell’Associazione nazionale e mettersi a capo d’una nuova società, la Nazione armata, che però, cedendo agli allarmi della parte moderata, e forse del Re medesimo, scioglie subito dopo (4 gennaio);[226] il 6 del mese stesso, infine, fastidito dalle ambagi di quella politica che non poteva comprendere, attratto dalla larva d’una felicità sognata fin da Valgana, scompare novellamente nell’ombra di Fino, dove il perfido Dio, che si trastulla specialmente degli eroi, gli andava tessendo in silenzio le più grosse bende e i più volgari agguati.

XXXIV.

Abbiamo ripetuto più volte che un solo degli amori di Garibaldi, quello d’Anita, ci parve degno di poema e di storia, e avvertiamo nuovamente il volgo dei lettori ingordi d’aneddoti erotici, che questo libro non è per loro. Sul finire del 1859 però, un amore, o fantasia, o avventura amorosa di Garibaldi, si conchiuse nel fatto pubblico d’un matrimonio, e noi possiamo scivolargli accanto e coprirne di discreti veli i particolari, ma non trapassarlo in silenzio.

L’ultimo di maggio, il lettore non l’avrà dimenticato, si presentava a Garibaldi, in Sant’Ambrogio, la giovane marchesa Giuseppina Raimondi, che gli portava le notizie di Como, e insieme la preghiera dei Comaschi di accorrere in aiuto della loro città minacciata da un ritorno degli Austriaci. La messaggera era bella, di quella bellezza ardita e virile, che poteva tanto sulla fantasia del nostro eroe; di più narrava d’essere venuta traverso disagi e pericoli maggiori del suo sesso, ora rompendo, ora deludendo le fitte linee di nemici che imboscavano il paese; e Garibaldi, colto a un punto dalle seducenti attrattive della donna e dal miraggio fascinante dell’amazzone, ne restò ammaliato. Gli eventi d’Italia lo separarono per alcun tempo da lei, ma non poterono cancellarla dalla sua mente; e non appena il tumulto delle armi e l’altro più grande amore della patria gli concederanno un’ora di tregua, l’immagine della fantastica fanciulla rivivrà innanzi a’ suoi occhi, e sognando, illuso, di ritessere in Italia, con una seconda Anita, gli eroici idilli d’America, giurerà nel suo cuore di selvaggio innamorato di farla sua per sempre, come l’aveva giurato alla povera creola di Laguna.

Ed era appunto per sciogliere quel voto ch’egli tornava a quei giorni sul Continente, e che noi lo troviamo nella seconda metà del dicembre nella villa di Fino, dove la marchesa Raimondi villeggiava coi suoi parenti. Indotto d’ambagi galanti, come delle diplomatiche; dimentico de’ suoi cinquant’anni, e ignaro che il cuore della donna è pelago che non si naviga mai senza scandaglio; avvezzo a prendere d’assalto le fortezze d’amore come le fortezze di guerra, e scordandosi che quelle seppelliscono spesso sotto corone di rose i loro vincitori; Garibaldi disse alla bramata fanciulla il suo amore, e la chiese in isposa. Il padre assentì; ella, che aveva già dato il suo cuore ad un altro, doveva ricusare, e non osò; e Garibaldi il mattino del 24 gennaio 1860, nella stessa cappella domestica di Fino, la condusse all’altare.