Poche ore dopo però una lettera, tardamente pietosa, venne ad avvertire il Generale ch’egli aveva un rivale felice; ella, interrogata dal marito, chinò il capo confessando, e Garibaldi, trovando in un impeto subitaneo della sua tempra eroica la sola catastrofe degna del triste dramma, monta a cavallo e fugge la sera stessa da Fino, riparando indi a pochi giorni nella sua Caprera, dove non porterà seco di quella breve fiamma che poca cenere amara e la balza d’un matrimonio di nome, di cui la donna che gli fu moglie per pochi istanti fu la prima certamente a sentire il tormento ed il castigo.[227]
XXXV.
Così finiva anche per Garibaldi il 1859.
Delle cose da lui operate come Capitano nell’estate di quell’anno, il giudizio non è controverso, nè dubbia la gloria. Diversa invece la sentenza intorno alla parte da lui rappresentata nell’Italia centrale. Come non si potè levare dalla mente de’ suoi contemporanei, così non si potrà interamente cancellare dalle pagine della storia l’opinione che il Comandante in secondo dell’esercito centrale, volendo a forza un’impresa che il legittimo Governo disvoleva, abbia tentato, se non compiuto, un atto di ribellione, e posto a repentaglio, non che la disciplina dell’esercito, la quiete e la salute d’Italia.
Pure non è questa la conclusione che scaturisce dai fatti da noi esposti, e chi vorrà persistere in quel giudizio dovrà o smentire con autentiche testimonianze i fatti, od aspettarsi dal tempo un giudizio molto diverso dal suo.
Garibaldi esorbitò certamente nei modi e patrocinò forse con troppa violenza un’idea per lo meno disputabile, e di cui non era giudice egli solo; ma insomma quell’idea egli aveva il diritto di crederla buona, non solo per sè stessa, ma anche perchè era stata caldeggiata fino all’ultimo da quei medesimi che l’avevano poi sconfessata.
Di tutto quanto egli fece per apparecchiare il passaggio della Cattolica, nessuno potrebbe fargli torto; poichè nessuno fino al principiar del novembre pensò ad avvertirlo che gli ordini a lui impartiti erano abrogati, e il mandato a lui commesso sospeso. Fino allora dunque nulla nella sua condotta che non fosse, anche militarmente parlando, regolare e corretto. Che se a novembre il Governo mutò disegno e Garibaldi promise che avrebbe desistito dalla cominciata impresa, fu soltanto perchè gli venne dato per certo che l’attesa rivolta nelle Marche, stimata condizione indispensabile all’invasione, non accadrebbe, nè poteva più accadere.
Ora lo si potrà accusare d’avere con troppa precipitazione creduto al messaggio d’Imola, che gli annunziava invece la rivolta già scoppiata; lo si può, lo si deve biasimare d’essersi tolto l’arbitrio di comandare da sè solo una mossa che in qualsivoglia ipotesi spettava al Governo solo di ordinare; ma di volontaria e meditata ribellione, non mai. Egli non fu allora più ribelle al Farini ed al Fanti di quello che il Fanti ed il Farini lo sieno stati un mese prima al Cipriani ed al Ricasoli. In quel tramestío rivoluzionario, in quella semi-anarchia di governi, di opinioni, di politiche, che cangiavano, si confondevano, si urtavano ad ogni piè sospinto; in quel parapiglia di ordini dati a Modena, disdetti a Bologna, modificati a Firenze, corretti a Torino, stabilire l’esatto punto in cui l’opposizione diventava ribellione, e la legalità rivoluzione, è difficile assai; e in un paese, dove tutti, da Vittorio Emanuele al Cavour, dal Ricasoli al Farini, dal Fanti al Boncompagni, cospiravano un po’, e spesso ad insaputa, talvolta a rovescio l’un dell’altro, il rimproverare a Garibaldi d’essere tocco dal male comune, deve parere soverchio anche pei più accigliati custodi della rigorosa dottrina governativa.
Garibaldi era un generale, e sta bene; ma un generale unico, sui generis, in tale posizione anormale che non ha riscontro nella storia degli eserciti. Era un generale, ma insieme un capo-popolo, un tribuno, un apostolo armato; era un generale, ma un presidente, riconosciuto ed onorato dallo stesso Governo, di una vasta associazione politica; era un generale, ma a cui era lecito di aprire pubbliche collette d’armi, di scrivere ogni giorno un nuovo Manifesto politico o guerriero, di avere uno Stato Maggiore composto in parte d’uomini politici, di formarsi dei corpi speciali a suo talento, quasi guardie del corpo, di arringare dai balconi il popolo, e di cospirare in segreto col Re. Ora come applicare ad un uomo simile i criterii d’una rigorosa disciplina militare, quando gli si concedeva di violarla ad ogni passo col consenso e colla tolleranza dei suoi stessi superiori? Per impedirgli d’agire di suo capo l’ultimo giorno, conveniva metterlo al dovere fino dal primo; per rimproverargli di agitare il popolo, bisognava non giovarsi o non compiacersi della sua popolarità; per censurarlo di portar nei consigli militari la sua politica, importava non farne con lui; nè spesso applaudirla e seguitarla in pubblico per sconfessarla in privato. Garibaldi era logico. Convinto, come tutti i veggenti e gl’illuminati, d’aver ricevuto dall’alto una missione, l’adempiva. Persuaso che fosse dannoso l’arrestare «il maestoso andamento della rivoluzione,» e che sola politica degna dell’Italia fossero «un milione di fucili e un milione d’armati,» non nascondeva il suo pensiero; lo gridava anzi ai quattro venti; e poichè il suo concetto trovava un’eco non solo nel fondo di quelle turbe popolari a cui la sua voce più dirittamente arrivava, ma un seguito ed una adesione in quelle medesime classi che per altre ragioni lo combattevano, egli era in pieno diritto di persistere nella sua via, e di chiamarvi a seguitarlo l’Italia.
Garibaldi faceva la parte sua, ed era provvido che la facesse. Le grandi evoluzioni della storia, al pari delle grandi evoluzioni della natura, non sono mai l’effetto d’una forza sola. Al movimento italiano era tanto necessaria la forza impellente della rivoluzione, quanto le forze moderatrici e dirigenti dell’arte di Stato, dell’ordine e della legalità.