Ciò si desume da questi frammenti manoscritti in lapis tutti di pugno di Garibaldi, che ebbi dalla cortesia del mio amico Basso:

«Un giorno io era al Salto a cinquecento miglia al settentrione di Montevideo sul fiume Uruguay, confluente del Rio della Plata. La fortuna s’era compiaciuta di favorirmi in ogni mia operazione. Col mio piccolo contingente di dugento Legionari italiani, onore dell’armi italiane, e pochi cavalli — posso dire pochi, poichè erano sei soli i cavalli imbarcati al principio della spedizione — si erano operati prodigi, e mi trovavo alla testa d’una rispettabile colonna di fanteria, cinquecento cavalieri e circa duemila cavalli presi dal nemico. Il dipartimento del Salto tutto in nostro potere, e la Colonia militare in uno stato floridissimo.

»Io dico Colonia militare, poichè essendo spopolato il paese e tutta la gente da noi liberata dai nemici, che l’avevano strappata a forza dalla città del Salto e condotta sulle sponde del Tapevi ed ove intieramente li sbaragliammo — dico dunque Colonia, perchè erimo noi obbligati di custodire l’unico prodotto del paese: il bestiame.

»In quel giorno dunque io ero felice quanto lo può essere un soldato, cui ogni cosa di guerra va a gonfie vele. Quando giuntami una lettera dal generale Pacheco, allora ministro della guerra in Montevideo, laconicamente diceva:

»Vostra figlia Rosita è morta! In ogni modo dovrete saperlo. — Dunque tu non sei padre! non lo fosti! e non lo sarai giammai! — Tale era e fu quell’uomo! — Perchè se padre, egli meglio avrebbe apprezzato l’amore per una figlia. Io ero stato l’amico di quell’uomo, e da quel momento la sua memoria mi faceva ribrezzo.

»Lo avrei saputo, sì; e come non saperlo; io amavo tanto quella mia creatura; me ne sarei addolorato in qualunque modo — però mi sembrò sì villano il modo di colpirmi, che mi scosse sì dolorosamente, e che non ho potuto mai perdonargli.

»Io avevo amato e stimato il Pacheco; quando Montevideo, scevro dell’animosità di parte, ricorderà con gratitudine gli uomini che faticarono alla gloriosa sua difesa di dieci anni, certo il generale Pacheco, col generale Paz, figureranno alla testa de’ suoi prodi difensori, e meriteranno un ricordo dalla nuova Troia.

»L’uomo apprezza l’opera tua, e vorrebbe possibilmente fatta migliore dell’altrui. E la donna, poverina, che soffre tanto nell’opera sua? non ha essa il diritto di credere almeno d’aver partorito una bella, una buona cosa — nel bimbo o nella bimba — ch’ella diede alla luce! Tale era la mia povera Anita; e se dovessi raccontare tutte quante le doti ch’ella aveva trovato nella nostra Rosita, sarebbe cosa incredibile.

»Comunque fosse, Rosita era una bellissima, una carissima bambina! Morì dai quattro ai cinque anni: l’intelligenza sua era precoce, ed ella si estinse nel grembo della madre, come si estingue agli occhi nostri, nell’Infinito, la luce del primogenito della Natura, gradatamente, dolcemente, affettuosissimamente. Morì senza lamentarsi, supplicando la madre che non si addolorasse! che si troverebbero presto, per non più dividersi! — era un mondo di cose gentili!

»Infine, io passerò per un visionario. Ma così sincere, così veridiche, così scolpite nel suo spirito, mi sembrarono le ultime parole della figlia alla madre raccontatemi dalla mia Anita, quando giunse al Salto (ove la chiamai per paura che mi diventasse pazza), ch’io risposi all’addolorata consorte. — Oh sì! noi rivedremo la nostra Rosita, l’anima nostra è immortale!... e questa vita di miserie non è che un episodio dell’immortalità! e divina scintilla, parte della fiamma infinita che anima l’Universo. — »