È però evidente, che, se l’esercito austriaco avesse dovuto fare una ritirata precipitosa dall’Adda in poi, o non avrebbe avuto più tempo di apparecchiarsi alla supposta battaglia, o l’esercito alleato l’avrebbe colto in flagranti di concentramento, quindi con molta probabilità di sconfiggerlo.

E mi sembra del pari evidente, che, se i Franco-Sardi arrivavano sul Chiese soltanto due giorni prima di noi, fra il 16 e il 17 giugno (e lo potevano), avrebbero potuto riprendere il movimento in avanti fra il 19 e il 20, invece del 23, ed occupare così Solferino senza combattere e prima che l’Austria avesse avuto tempo di riprendere la progettata offensiva.

[208]. Fece 140 chilometri in quattordici giorni.

[209]. Come al Quartier generale principale si chiamassero Divisione tre mezzi Reggimenti di mille uomini ciascuno, non sappiamo comprendere.

[210]. Così lo chiamò in un suo Ordine del giorno Garibaldi: due volte ferito sul Roccolo di Castenedolo, continuò a combattere; colpito da una terza palla al petto, fu trasportato a Brescia e vi morì.

[211]. Lettera del Cavour al principe Napoleone Girolamo Bonaparte, 23 giugno 1860, citata da Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861), vol. VIII, pag. 168.

[212]. In Toscana, G. B. Giorgini, Ubaldino Peruzzi, Marco Tabarrini, Cosimo Ridolfi, Vincenzo Malenchini, Ermolao Rubieri e Giuseppe Dolfi. — Nelle Romagne, Marco Minghetti, Gioachino Pepoli, Pietro Montanari, Carlo Pasolini, i fratelli Rasponi. — A Modena, Giuseppe Malmusi, Camillo Fontanelli, Luigi Zini. — A Parma, Antonio Cantelli, Jacopo Sanvitale, Giuseppe Piroli, e molti altri che la brevità mi forza a tralasciare.

[213]. Non furono quelli i soli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi passati nell’Italia centrale; ma Cosenz, Sacchi, Chiassi, Lombardi, Grioli, Pellegrino entravano nelle Divisioni romagnola e parmense; Migliavacca, Paggi, Leardi, Bonnet, Bruzzesi, Guerzoni nella Toscana.

[214]. Lo confermano queste parole del colonnello Carlo Corsi, del generale Garibaldi non certo entusiasta;

«Credevasi da molti che Garibaldi, non assuefatto alla regolare milizia ed avvezzo invece a maneggiare genti raccogliticcie e fare e disfare a piacere suo, non si sarebbe adattato a quelle pastoie di regola e disciplina che vincolano le soldatesche stabili, e le avrebbe rotte per sostituirvi modo di vivere più largo e più democratico, e che non avrebbe saputo sopportare a lungo quel giogo di soggezione al Governo di Firenze, cui da principio s’era lasciato indurre a piegar volonteroso il collo. Egli è fatto per comandare, dicevano, e non per obbedire. Maneggevole forse finchè le cose procedano secondo i suoi desiderii, resisterà e drizzerà quella sua testa leonina sul capo di tutti quando vogliasi trattenerlo o sviarlo. Lo giudicavano quindi un amico molto pericoloso. I fatti che poi seguirono mostrano come quel giudizio non fosse fallace in quanto concerneva la docilità del Generale. Ma nel governo della milizia egli amò e coltivò la regolarità e la stretta disciplina. La sua esperienza medesima lo aveva persuaso dei pregi delle milizie stabili come istrumenti da guerra. Era quindi manifesta la contentezza sua dell’avere in sua balía mezzi tanto più perfetti e poderosi di quelli che sino allora avea avuto. E non solamente non s’arrischiò a farvi mutazioni di qualche rilievo per timore di guastarli, ma volle che fossero conservati tali quali li vogliono le regole della milizia stabile. Insomma, contro la comune aspettazione, egli apparve in ciò conservatore, come il suo predecessore era apparso rivoluzionario. Fu supposto allora che egli avesse dovuto prendere qualche impegno intorno a ciò o col barone Ricasoli, o col Ministro della guerra toscano, generale De Cavero, appartenente all’esercito sardo; tanto più che si seppe non essergli stato concesso di portar secolui al servizio toscano se non che pochi dei suoi principali compagni d’arme dei Cacciatori delle Alpi, mentre egli ne aveva presentato una lunga lista. Ciò spiegasi da questo che egli aveva avuto informazioni assai cattive circa gli ufficiali toscani, le quali furono smentite prima dai governanti, e poi più ancora dalla conoscenza ch’egli acquistò degli stessi ufficiali. Egli ebbe a dire che li trovava diversi assai e migliori molto di quello ch’egli avesse potuto figurarsi da quanto gliene era stato detto. E presto vi fu sincero ricambio di stima e rispetto, e miglioramento nelle condizioni disciplinari di tutta la Divisione.» — Vedi Venticinque anni in Italia, per Carlo Corsi, vol. I, pag. 366.