[202]. Ci sarebbe difficile raccogliere e correggere tutti gli errori di fatto che intorno a questa campagna di Garibaldi scrissero e propagarono anche gli autori militari più reputati. Mi limiterò ad alcuni esempi.
Il Corsi nel suo Sommario di Storia militare (parte III, pag. 238) dice «che Garibaldi partì da Biella con seimila uomini,» ed è noto che la brigata dei Cacciatori delle Alpi, anche nei giorni della sua maggior forza, non contò più di tremilaquattrocento uomini; che «il 26 maggio l’Urban mosse di nuovo ad assalire Garibaldi a Como,» mentre tutti sanno che l’assalitore fu Garibaldi; che dopo il colpo fallito sul forte di Laveno, Garibaldi stava per essere costretto a cercare scampo in Isvizzera, quando l’apparizione dei Francesi sul Ticino costrinse l’Urban a retrocedere; mentre noi abbiamo dimostrato che Garibaldi stette in presenza dell’Urban tre giorni, e che nel momento in cui egli intraprendeva la sua marcia di fianco da Induno-Como, il Generale austriaco era ancora con tutte le sue forze a Varese, da cui non partì col grosso che la sera del giorno 2 giugno.
Il Lecomte (Relation hist. et crit. de la Campagne d’Italie en 1859, tomo I, pag. 108, 104,105) immagina la scaramuccia sotto Como il 28, 29 e 30 maggio. Vede Garibaldi entrare in Varese il 3 giugno nel momento in cui gli Austriaci ne sortivano, attaccarli subitamente à quelque distance de la ville, e accelerare così la loro ritirata tout en leur faisant quelques prisonniers, etc. — Non confutiamo.
[203]. Oltre il corpo dell’Urban, bisogna calcolare il presidio di Milano. Dire quindicimila uomini è dir poco.
[205]. Erano il povero Francesco Nullo e Piero Bergamaschi, entrambi guide di Garibaldi.
[206]. Carrano, op. cit., pag. 393.
[207]. La più forte ragione data delle lentezze degli alleati fu il disegno attribuito al Giulay di dare una nuova battaglia sul Chiese e dell’anticipato concentramento che vi andava facendo.