Certo Garibaldi non avrà nè tutto capito, nè tutto creduto. Probabilmente il senso intimo di tutte quelle mistiche formole, e di quegli economici filosofemi, onde componevasi il verbo del Nuovo Cristianesimo, gli sarà sfuggito; probabilmente l’ufficio dell’«Uomo-coppia,» il dogma della «Donna-Messia,» la missione del «Tempio-teologico-industriale» del padre supremo Enfantin, e del suo diacono Bazard, l’avranno lasciato incredulo o insensibile; ma intanto tutte quelle dottrine di fratellanza universale, di estinzione del proletariato, di livellamento di tutte le classi sociali, s’insinuavano ad una ad una nella sua mente più atta ad innamorarsene che capace di giudicarne, e vi deponevano i primi semi di quelle larve socialistiche e umanitarie, che, covate poscia dai nativi istinti del suo carattere e invigorite nella solitudine dei Pampas e dell’Oceano, gli nasconderanno un giorno il senso pratico delle cose, ombreggeranno di contradizioni, di controsensi, di eccentricità la sua eroica figura, e gli daranno quel proteiforme aspetto di patriotta arrabbiato, di umanitario fanatico, di apostolo della pace universale, e di soldato cosmopolita di tutte le guerre, che confonde tuttora i giudizi della storia, e stanca talvolta l’ammirazione de’ suoi più devoti interpreti.

VIII.

Però conviene dir tutto. Anche allora, a ventisette anni, nel caos di quel cervello, nel tumulto di quel cuore c’era un’idea chiara, fissa, imperiosa, che ad un dato punto pacificava tutte le contradizioni, vinceva tutte le incertezze e imponeva silenzio a tutte le utopie: l’Italia.

Bellissima la fratellanza dei popoli, ma al patto antico: «Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli;» stupenda la pace universale, ma colla riserva d’una guerra, d’una sola; implacabile se farà di bisogno, al coltello se occorresse, la guerra santa contro lo straniero, che profanava il suolo della patria e proteggeva con la sua ombra tutte le minori tirannidi che la dilaniavano.

Che se questi sentimenti, nati da tempo, come dicemmo, nell’animo del nostro eroe, vi erano rimasti fino a quel giorno assopiti ed incerti, venga una voce che li susciti, si presenti un’occasione che li sprigioni, ed essi romperanno in tutta la lor nativa fierezza, e guideranno la sua vita. Per ventura sua, la voce parlò, l’occasione venne, e fu decisiva.

Un giorno del 1833 Garibaldi, navigando nel Mar Nero, entrava in una locanda di Taganrok, dove intorno ad una tavola stavano seduti in animati colloqui alcuni marinai e mercanti italiani. In sulle prime il nostro Capitano, il quale aveva preso posto in disparte, non pose mente a quei discorsi. Ma ad un tratto alcune parole uscite dalla bocca d’uno di que’ suoi compatrioti ferirono il suo orecchio, e gli fecero voltar la testa verso il giovane che le pronunziava. Infatti l’argomento, di cui questi intratteneva i suoi interlocutori, era importantissimo, il più importante certamente di quanti potessero fermare l’attenzione di Garibaldi: parlava d’Italia. Parlava d’Italia, e ne ricordava con accento appassionato la passata grandezza e la presente vergogna, ne dipingeva gli errori e i martirii, i disinganni e le speranze. La diceva vinta, ma pronta a ripigliare la lotta; svelava che una vasta associazione creata dalla fede amorosa di un apostolo ligure, consacrata dal nome auguroso di Giovine Italia, non più legata ai morti simboli delle vecchie sètte, non più avvinta alle promesse dei Principi, ma credente soltanto nell’aiuto di Dio e nel braccio del popolo (Dio e Popolo), raccoglieva in un fascio tutti i buoni, apparecchiava i cuori ed affilava le armi per una suprema e non lontana battaglia. Esclamava infine ch’era dovere di tutti entrare in quella società, seguir quell’apostolo, serrarsi intorno al sacro vessillo da lui inalberato, e dar la vita e gli averi per esso. Ed altre cose forse egli soggiunse ed altre ne voleva soggiungere, quando Garibaldi più non sapendo dominare la tempesta d’affetti che durante tutto quel discorso gli si era scatenata nel petto, si slancia verso quello sconosciuto che gli aveva irraggiata l’anima di una luce sì inattesa e discoperto il nuovo mondo de’ suoi sogni e delle sue speranze, e stringendoselo al cuore gli giura che da quel giorno egli è suo per sempre.

Giuramento d’Annibale, ripetuto, forse la notte medesima nell’impeto della prima emozione, nei tronchi versi d’una strofa:

Nell’età giovanil.....

Là sui ghiacci del Ponto giurava

Per la terra natale morir;