suggellato coll’intera sua vita nella storia.

Chi fosse quel credente che, per usare le parole stesse di Garibaldi, «lo iniziò ai sublimi misteri della patria,» è oggi notissimo.

Era lo stesso Cuneo narratore dell’episodio.[24] Quel Giovanni Battista Cuneo di Oneglia che in gioventù aveva esercitata l’arte del mare e navigava appunto in quell’anno nel Mar Nero; ascritto fin d’allora fra i più ardenti seguaci della Giovine Italia; divenuto da quel giorno uno de’ più fidi e devoti amici di Garibaldi, come lo era già di Mazzini; caro più tardi a tutti gl’Italiani emigrati al Plata, siccome uno de’ loro più infaticabili ed utili protettori; eletto dalla Repubblica Argentina suo rappresentante nel nuovo regno d’Italia, e dopo una vita lunga, tutta spesa in pro della patria e dell’umanità, morto in Firenze nel compianto universale sulla fine del 1875.[25]

La inattesa rivelazione del Cuneo fu a Garibaldi il «terra, terra» dei seguaci di Colombo. «Certo (egli scriveva) non provò Colombo maggior contento alla scoperta d’un mondo, di quel che ne provavo io al trovare chi s’occupasse della redenzione italiana.[26]» Epperò da quel momento egli non ebbe più che un pensiero: correre in Italia, cercare di quell’associazione che raccoglieva in una trama tutte le fila dei più ardenti patriotti; trovare quell’uomo che n’era l’anima e il duce; offrire il suo braccio, chiedere il suo posto di combattimento, agire; agire soprattutto e presto, poichè la sola parola che egli intendeva fin d’allora, il solo modo con cui egli concepisse il cospirare e il servire la patria, era l’azione.

Ed eccolo infatti verso la fine di luglio arrivare a Marsiglia, presentarsi a Mazzini, che da parecchi mesi aveva piantato colà il focolare della sua propaganda, rinnovargli il giuramento di Taganrok, dargli il proprio nome e prenderne un altro di guerra giusta il rito sociale, scriversi nel gran ruolo degli affigliati, e ricevere la sua parola d’ordine per l’impresa creduta imminente.

«Da quel giorno (scrive Mazzini in una nota delle sue Memorie) data la mia conoscenza con lui: il suo nome nell’associazione era Borel.[27]»

Parole, a dir vero, un po’ troppo brevi e asciutte per indurre la credenza che fino da quel giorno il già celebre profeta presentisse lo straordinario destino, a cui quel suo nuovo «fratello» era chiamato.

E poichè nemmeno il discepolo si curò di dirci quale impressione producesse sull’animo suo il primo contatto con quel maestro, a cui nessuno poteva accostarsi senza grande emozione, così spunta nella mente un dubbio. Che anche il marinaio nizzardo abbia subito il fáscino dell’agitatore genovese, e che questi l’abbia accolto con quell’affettuoso abbandono e quella famigliare benevolenza, con cui egli soleva festeggiare tutti i giovani che andavano a lui, non è a dubitarne; ma che sia corsa fra di loro quell’elettrica scintilla che accende nell’anima la fiamma dell’amore reciproco, accomuna in un istante e identifica i pensieri e gli affetti di due vite, e muta le effimere fratellanze politiche in vera e durevole amicizia, questo, a dir vero, non ci sembra bastevolmente accertato; e il laconico cenno fatto da entrambi del primo incontro, le gare, i dissidi, le gelosie scoppiate più tardi fra di loro e infine la profonda disformità e quasi opposizione dei loro caratteri mi sembra giustifichino sufficentemente il sospetto che nel ritrovo di Marsiglia l’eroe abbia promesso all’apostolo il suo braccio, e l’apostolo abbia svelato all’eroe il suo verbo, ma che nessuno dei due abbia dato interamente il suo cuore.

IX.

Se non che quando Garibaldi sbarcava a Marsiglia la Giovine Italia aveva ricevuto un fierissimo colpo. Spiata, traccheggiata da tempo da tutte le polizie della Penisola, tradita da fanciullesche imprudenze o da scellerate denunzie, sorpresi i suoi ritrovi, sgominate le sue file, spento sui patiboli, sepolto nelle carceri, disperso nell’esiglio il fiore de’ suoi adepti, sembrava venuta per essa l’ultima ora. In Piemonte, soprattutto, il governo di Carlo Alberto aveva bandito contro i Mazziniani una caccia sì feroce, che le vendette di Carlo Felice, del Borbone e dell’Austria nel ventuno, le stragi dell’Estense e del Papa nel trentuno, possono essere dette al paragone atti di moderata e legittima difesa. Non più leggi nè magistrati, non più solennità di giudizi nè regolarità di procedure: unici titoli d’accusa e mezzi di prova le denunzie, la corruzione, i tormenti: unici giudici i Consigli di guerra, unica legge l’arbitrio militare e poliziesco, ispirato dal capriccio e dal terrore. Si voleva, dicevasi, che il giovine Re «gustasse il sangue,» e il sangue infatti scorreva a fiotti. Il militare che possedesse uno scritto della Giovine Italia, o lo desse a leggere, o non denunciasse i lettori, o fosse creduto consapevole d’una trama vera od immaginaria qualsiasi e non la rivelasse, fucilato nella schiena; il civile accusato d’altrettanto, fucilato, somma grazia, nel petto. Così perivano: a Chambéry il tenente Effisio Tola, il sergente Angelo De Gubernatis, il caporale Giuseppe Tambarelli; a Genova il maestro di scherma Gavotti e il sergente Biglia; in Alessandria i sergenti Ferrari, Minardi, Rigasso, Costa, Marini, l’avvocato Vochieri; mentre eran serbati alla medesima sorte gli avvocati Scovassi e Berghini, il luogotenente Arduino, il sottotenente Maccarezza, i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina, il chirurgo Scotti, il marchese Cattaneo, il marchese Rovereto, il possidente Gentilini, lo scultore Giovanni Ruffini e lo stesso Giuseppe Mazzini, se quelli non fossero fuggiti a tempo al supplizio che li attendeva, e questi non l’avesse già prevenuto coll’esiglio in cui da due anni errava.