E qui si chiude la sua prima giovinezza. L’America diviene per dodici anni la sua seconda patria, la culla della sua vita nuova, il terreno in cui tutte le native energie del suo animo vigoreggiano e fruttificano; la forma insomma in cui si gettano tutti i moltiformi lineamenti della sua figura, fino allora sbozzati, e si plasma definitivamente il carattere dell’uomo.
Là in quell’America meridionale, posta tra le Amazzoni e la Plata, al cospetto di quella possente e pittoresca natura, lungo le oceaniche correnti dei fiumi smisurati, traverso le deserte praterie dei pampas, in mezzo alle nomadi scorribande dei gauchos, nella consuetudine quotidiana d’un popolo diverso e variopinto, miscuglio secolare di barbarie indiana, di fierezza spagnuola, di ardimento portoghese, di superstizione cattolica, impastato col sangue degli avventurieri, dei banditi e degli eroi di tutto il mondo; là dove la guerra è un trastullo, il getto della vita una voluttà, l’ospitalità all’inoffensivo pellegrino un culto, ma l’odio allo straniero dominatore una religione; là in quell’America, dico, degli eroismi favolosi, delle fazioni feroci, delle rivoluzioni subitanee, delle dittature sanguinarie, dei governi d’un giorno, si svelò l’eroe, s’iniziò il capitano, si educò, quale che egli sia, il politico; e chi vorrà conoscere un giorno il Garibaldi vero, e salire alle origini della sua celebrità e della sua fortuna e spiegarsi nelle loro più riposte cagioni, così le sue virtù come i suoi errori, e possedere insomma tutto l’intimo segreto di codesta leggendaria esistenza, apparente tuttora alla nostra civiltà come un enigma ed un anacronismo, o deve seguirlo passo per passo, di pensiero in pensiero, d’avventura in avventura di là dall’Oceano, o rinunciare a comprenderlo.
Capitolo Secondo. DA RIO GRANDE DEL SUD A MONTEVIDEO.
[1837-1841.]
I.
Sbarcato a Rio Janeiro, trovò subito una grande fortuna; rara certamente per ogni uomo, inestimabile per un esule: un amico. E quel che è più un amico compatriota, parlante la medesima lingua, partecipe ai medesimi sentimenti, innamorato del medesimo amore per la patria lontana; della patria stessa ricordo vivente.
Nella piccola colonia d’Italiani che aveva scelto per asilo il Brasile, contava in quell’anno 1836 fra i più stimati ed importanti Luigi Rossetti di Genova, marino esso pure di professione, fuoruscito dalla patria pei rovesci del 1831, uomo d’alti sensi, di non comune intelletto e di fortissimo cuore.
«Io non l’avevo mai veduto (dice Garibaldi), ma l’avrei distinto nella moltitudine. Incontratolo al Largo do Passo, gli occhi nostri si trovarono e non sembrò per la prima volta; ci sorridemmo scambievolmente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Io ho descritto altrove tutto il valore di quella bell’anima. Io morrò forse senza il contento di piantare una croce sulla terra americana, ove riposano le ossa di quel generoso.[31]»
In attesa pertanto di suggellare con prove maggiori il patto della loro amicizia, s’accordarono di mettere in comune le loro braccia e di lavorare insieme.
Rossetti riuscì a combinare una piccola società di navigazione che doveva fare periodicamente un traffico di cabotaggio da Rio Janeiro a Cabo Frio, e Garibaldi vi ebbe naturalmente la parte principale, prendendo il comando di uno di quei bastimenti; e così senza privazioni, ma anche senza fortune, campò tutto quell’anno.
Peraltro quella vita non era più fatta per lui; quel va e vieni monotono per le medesime acque, quella navigazione obbligatoria e mestierante, priva di varietà e d’emozioni, non si confaceva più alle aspirazioni eroiche, allo spirito avventuriero, all’irrequietezza procellosa d’un uomo che veniva a chiedere alla terra d’esiglio meglio che un rifugio, una libera arena, in cui cimentare le sue forze ed agguerrirle per le remote, ma certe battaglie, a cui si sentiva chiamato; onde pochi mesi eran corsi che già meditava di lasciarla.