«Di me ti dirò soltanto (scriveva il 27 dicembre di quell’anno all’altro suo amico G. B. Cuneo, che l’aveva preceduto a Buenos-Ayres) che la fortuna non mi favorisce, e ciò che mi affligge si è l’idea di non potere avanzare nulla per le cose nostre: sono stanco, per Dio, di trascinare un’esistenza tanto inutile per la nostra terra; di dover fare questo mestiere; sta’ certo: noi siamo destinati a cose maggiori; siamo fuori del nostro elemento.[32]»
E il suo elemento lo trovò ben presto.
II.
Il Brasile comincia da qualche anno ad essere fra di noi meglio conosciuto ed estimato: l’uso intelligente e moderato ch’egli fa da quasi mezzo secolo di una delle più liberali costituzioni del secolo; le riforme introdotte dal suo dotto e benefico Imperatore in ogni ramo della pubblica legislazione ed economia; la emancipazione dei negri compíta senza i conflitti sanguinosi che misero in forse la vita degli Stati Uniti del Nord; le maggiori scoperte della civiltà applicate con celerità, che misurata alla stregua degli ostacoli opposti dalla vastità del suolo e dalla tenacia delle tradizioni direste meravigliosa; la parte sempre più operosa che esso prende al lavoro scientifico ed economico dei due mondi; l’asilo infine più sicuro forse e più produttivo d’ogni altra parte d’America che vi trovano gli emigranti del vecchio continente, tutto ciò costringe da qualche tempo l’Europa a volgere uno sguardo più attento e più simpatico alla storia d’un paese, che paga un sì largo tributo alla civiltà presente e ne promette uno maggiore alla avvenire.
E quella storia, se i limiti di questo studio lo consentissero, noi la narreremmo volontieri; non potendolo, ne toccheremo di volo le somme vicende.
Nei primi mesi del 1500, il portoghese Pietro Alvarès Cabral, mandato dal re Emanuele il Fortunato a rifare sulle orme di Vasco di Gama la strada delle Grandi Indie, sviato dalle correnti, sbattuto dalla tempesta contro un capo di quel nuovo continente che ancora si chiamava delle Indie occidentali, vi pianta colla bandiera del suo Re una croce, e battezza la terra incognita, per caso scoperta, col nome di Vera Cruz.
Fu questo il primo punto occupato stabilmente da Europei in quella immensa regione, che più tardi dal rosso ardente d’una sua pianta prenderà il nome di Brasile. È ben vero che pochi mesi prima anche lo spagnuolo Pinzon n’aveva intraveduta più a settentrione un’altra punta, onde il litigio insorto tra Spagna e Portogallo per la primazia della scoperta e della conquista; ma re Emanuele tagliò corto, inviando una spedizione armata, di cui era parte il nostro Amerigo, la quale, corsa ed occupata tutta quella parte di costa che va da Pernambuco a Porto Allegre, l’assicurò definitivamente al dominio portoghese.
Del felice possesso però il Portogallo non sentì in prima tutto il valore; si accampò sulle marine, abbandonò l’interno delle terre alle cento tribù indiane che da secoli l’abitavano, e s’accontentò di farne uno scarico de’ suoi galeotti e un asilo aperto ai corsari ed ai contrabbandieri che fossero tentati di convenirvi. Solo più tardi, seguendo l’esempio del leggendario Caramuro, il primo a dedurre nella baia di Todos los Santos una vera colonia, colonizza le terre, dividendole in tante capitanerie ereditarie; assoggetta, più ancora coll’opera della Compagnia di Gesù che mediante le armi, le orde indigene e le risospinge sempre più verso l’interno; concentra nelle mani di Tomaso da Susa il governo generale di tutta la contrada, e ne fonda a San Salvador la prima capitale, intanto che una colonia d’Ugonotti francesi poneva la prima pietra di quella che diverrà la sua capitale moderna, Rio Janeiro.
Ma quando nel 1580 per la tragica scomparsa di re Sebastiano e l’estinzione della sua casa, il Portogallo andò inghiottito nella mondiale monarchia di Filippo II, anche il Brasile seguì per sessant’anni la medesima sorte. Era però ben naturale che anche la grande colonia sperimentasse le conseguenze degli odii e delle rappresaglie che la demente politica di Filippo II suscitava per tutto il mondo; non scoppiava una guerra in Europa che il Brasile non ne sentisse il contraccolpo. Il conflitto coll’Inghilterra gli rovescia contro un nugolo di arditi corsari inglesi che ne devastano le coste, mentre gli Olandesi, già potenti in terra ed in mare, dopo aver spogliato Filippo III delle più ricche gemme dell’Indie orientali, vanno ad assalire Filippo IV ne’ suoi possedimenti brasiliani; e in una guerra di dodici anni (1624-1636), malgrado la eroica resistenza dei Portoghesi, gli strappano a palmo a palmo tutta la costiera che va dalle rive del San Francisco fino al Rio Grande del Nord. Così sulla terra del Brasile si assidono due diverse signorie, che si toccano e si urtano ad ogni passo, ed espongono quel paese a nuovi e non lontani conflitti.