La conquista olandese però non fu nociva al Brasile.

Mentre la Spagna, smarrita dietro la chimera del favoloso Eldorado, trascurava il massimo interesse della fertilizzazione del suolo, e non scuopriva nuove regioni che per depauperarle a beneficio de’ suoi avidi governatori, e abbandonarne le tribù indigene alla caccia selvaggia di quei feroci coloni di San Paolo, che furono detti i Mamelucchi d’Occidente, il Governo olandese, nella mano prudente e liberale di Maurizio di Nassau, tentava cattivarsi l’amore e l’obbedienza dei nativi coi beneficii d’un regime più umano e civile. Invano! Tra il Brasile portoghese e la signoria olandese si frapponeva una barriera insormontabile: la questione religiosa.

Infatti non appena il Portogallo, colla congiura che portò sul trono la casa di Braganza, si sottrae alla dominazione spagnuola e ricupera con ciò le sue antiche colonie d’America, il conflitto tra le due razze e le due religioni, che si contendevano il possesso del Brasile, si riaccende più vivo che mai; ne dà il segnale colla rivolta degli Independents la provincia di Pernambuco (1645), e dopo una guerra ostinata di nove anni gli Olandesi, battuti in terra ed in mare, sono costretti a lasciare le coste americane (1654), e il Brasile ritorna tutto quanto nel dominio de’ suoi primi colonizzatori.

Per tutto quel secolo XVII le colonie brasiliane continuano a popolarsi, ad espandersi, a prosperare; ma fiere discordie, frutto naturale dell’antagonismo tra i nuovi coloni e gli antichi, tra Portoghesi nativi e i nuovi immigrati (Paulistas e Forestieros), tra i Gesuiti aspiranti al governo temporale dello Stato, come già tenevano quello spirituale delle coscienze, e il popolo allarmato della loro invadente preponderanza, ne indugiano e ne turbano la nascente floridezza.

Nel secolo veniente, al contrario, rinascono le guerre straniere.

Luigi XIV, per vendicarsi del Portogallo che s’era lasciato trascinare contro di lui nella guerra della successione di Spagna, manda due flotte ad assalire il Brasile, ed una di esse s’impadronisce di Rio Janeiro, che soltanto a prezzo d’oro riscatta la libertà.

Pacificato colla Francia, ecco però la quistione degli sbocchi della Plata, sulla sinistra della quale il Portogallo aveva eretta per antemurale la colonia del Sacramento, intricarlo in una vicenda di conflitti dannosi e di accordi poco utili colla Spagna e colle di lei colonie finitime di Buenos-Ayres e della Banda Orientale, seme di guerre future.

Ciò nonostante i progressi del Brasile non rallentarono.

La capitale, per consiglio del conte di Pombal, grande ministro di piccolo re, è trasportata da San Salvadore a Rio Janeiro (1759). Nuove capitanerie sono istituite, tra cui quella di Rio Grande del Sud e di Santa Caterina, che avremo a rivedere tra poco; l’ultima delle tribù indiane che ancora resisteva all’Europeo è domata; i maritaggi tra indigeni e Portoghesi sono favoriti; i Gesuiti, principali istigatori delle discordie tra la Spagna e il Portogallo, vengono finalmente espulsi; il paese si va coprendo di scuole, di strade, d’istituti di beneficenza e di educazione; l’introduzione dell’indigo, della canape, del caffè, prepara all’agricoltura la dovizia di nuovi prodotti; i commerci, le industrie, la navigazione, prendono per tante cagioni nuovo elaterio; ma disgraziatamente nel 1777 il re Don Giuseppe muore, il suo favorito ministro cade, e la Spagna ne approfitta per imporre al regno rivale il disastroso trattato di Sant’Idelfonso, che spoglia il Brasile del suo unico porto sulla Plata, e d’una parte del territorio dell’Uruguay e del Rio Grande del Sud.

IV.