Ma colà nuovo incidente. Il bastimento era in salvo, ma i viveri mancavano; il pericolo del naufragio era cansato, sorgeva la minaccia della fame. Anche qui apparve la mente sempre ricca d’arditi espedienti del nostro corsaro. Bordeggiando lungo la costa in cerca di qualche abituro, egli scopre, a quattro miglia dentro terra, una fattoria; non può nè approdare a cagione dei venti pamperi (soffianti dalla Pampa) che lo battono di traverso, nè staccare alcuna barca, poichè la lancia della Luisa, come è noto, l’aveva ceduta ai suoi primi padroni. Conviene dunque immaginare un ripiego ed eccolo. Ormeggia a due áncore il bastimento; improvvisa, con una tavola legata sopra due botti e una pertica piantata nel centro, una specie di zattera; vi balza sopra accompagnato da un solo marinaio (che si nomina, vedi il caso, senza alcun vincolo di parentela, col nome di suo fratello, Maurizio Garibaldi), e rotolando più che navigando fra i marosi; mulinato dalle correnti e allagato a ogni tratto dalla raffica; facendo miracoli d’equilibrio sulla zattera, e la zattera prodigi di nautica sulle acque, riesce ad afferrare la sponda, e di là, affidata la zattera al compagno, s’incammina verso la fattoria.
Fu allora che vide per la prima volta, sebbene possa dirsi in iscorcio, la Pampa. Il quadro però che egli ne fa è un po’ di fantasia, e più che una pittura esatta del tratto di paese che aveva davanti, si potrebbe dire un compendio poetico dei ricordi e delle sensazioni che l’aspetto della contrada, in cui era vissuto per dodici anni, aveva lasciato nell’animo suo.
Egli scrive: «Lo spettacolo che si offrì alla mia vista per la prima volta, è veramente degno di menzione. Gl’immensi ed ondulati campi orientali[35] presentano una natura affatto nuova ad un Europeo, e massime ad un Italiano assuefatto e cresciuto ove palmo di terra non si presenta vuoto di case, o di altra opera qualunque di mano d’uomo. Là nulla di questo! Il Creolo conserva la superficie di quel suolo come gliela lasciarono gl’indigeni dallo Spagnuolo distrutti. I campi sono coperti di fieno, e non variano che nelle valli e sulle sponde dell’Arroyo,[36] ove s’innalzano, più o meno alti, bellissimi boschi. Il cavallo, il bue, il venado,[37] lo struzzo sono gli abitatori di quella terra. L’uomo, rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto per annunziare un padrone agl’innumerevoli e selvaggi suoi servi. Non di rado il bellicoso stallone e l’indomito toro si avventano sul suo passaggio, disprezzandone l’alterigia con vigorosi e non equivoci segni d’indipendenza. Io ho veduto sulla misera terra ove nacqui un Tedesco solcante e calpestante le moltitudini; e i servi aprivano un varco ed abbassavano lo sguardo per paura di compromettersi.
»Dio mio, sin a quando permetterai tanto vilipendio della tua creatura! Quanto bello è lo stallone de’ campi orientali! Le sue labbra non sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno, e la lucida sua schiena, battuta da bellissima criniera, non sarà mai calcata dal fetido sedere dell’uomo!... Il superbo, raccogliendo le sparse giumente e fuggendo la persecuzione dell’uomo, avanza la velocità del vento. Vero sultano del deserto si sceglie la più vaga delle sue odalische senza il servile ministero della più vile e schifosa delle creature, l’eunuco! Come esprimere le emozioni del corsaro di venticinque anni in mezzo a quella fiera natura, vista per la prima volta.»
Non c’è pagina forse in tutto il voluminoso archivio degli scritti di Garibaldi, in cui egli abbia confessato l’intimo suo pensiero più di questa. L’uomo allo stato di natura, libero, indomito come il toro selvaggio, incontaminato dal freno e dalla sella come lo stallone della Pampa, signore de’ suoi pascoli, sultano delle sue donne, re pel solo diritto della forza e della bellezza della sua torma, ecco, scrutato in fondo, l’ideale umano verso cui Garibaldi, senza forse confessarlo a sè stesso, si sentiva trasportato ed a cui conformerà tanti atti e costumi della sua vita.
IX.
Arrivato all’estancia, invece del fattore (Capataz), trova una donna; una bella donna, a quanto pare, e per di più poetessa. S’immagini la meraviglia del nostro corsaro nello scoprire là, in mezzo al deserto, una donna che parlava l’italiano, che sapeva a memoria squarci di Petrarca, di Dante, di Tasso, che faceva dei versi essa stessa. L’incendio fu subitaneo: ella gli leggeva i suoi versi, egli li ammirava; ella sfoggiava la sua perizia nell’italiano, egli metteva in mostra tutto il po’ di spagnuolo che possedeva; ella gli donava un volume delle poesie di Quintana, egli forse.... ma il marito arrivò, ed era tempo.
Nè l’aneddoto mi sarebbe parso meritevole di memoria, se non fosse un primo indizio del grande potere che la donna esercitò sull’appassionata fantasia dell’eroe nizzardo. La storia aneddotica degli amori di Garibaldi non la conosciamo, nè la vogliamo conoscere. Lasciamo a cui piace il raccontarla; ma il concetto ch’egli ebbe della donna e dell’amore, la storia ideale del suo cuore amante, è lineamento essenziale del suo carattere, e prima o poi ci sarà mestieri consacrarle un capitolo di questo libro.
Allora, stretto in poche parole il contratto, il Capataz gli dà bell’e squartato e spellato il bove, di cui aveva bisogno; Garibaldi ne sciorina a guisa di tenda sul palo della sua zattera i quarti, e si avventura nel fiume.
Ma naturalmente il ritorno sarà ancora più periglioso dell’andata. Al flagello dei marosi s’unisce ora l’avversità della corrente, e a un certo punto essa è tanto furiosa, che porta la fragile tavola a deriva e minaccia travolgerla. Fortunatamente però la goletta mossagli incontro riesce a gettargli una cima, e il nostro corsaro giunge alla fine a riafferrare il suo bordo fra le grida di giubilo e i battimani de’ suoi affamati compagni, forse più ansiosi, dirà egli, con insolita ironia, della sorte del bove che di quella del loro capitano.