«Sazio del cibo il natural talento,» passata la notte alla Sonda, circa sei miglia a mezzodì della punta di Jesus-Maria, i guardieri della Luisa segnalano in sul far del giorno due barche verso Montevideo. In sulle prime Garibaldi le crede amiche e non ci bada; poi avvedutosi che non portavano bandiera rossa, segno convenuto fra i rivoluzionari, entra in qualche sospetto, e ad ogni buon conto comanda di mettere alla vela e di far portare le armi in coperta.
E la precauzione fu provvida. La maggiore delle due barche veniva innanzi coll’andatura quieta e grave d’un bastimento mercantile; quando, giunta a pochi passi dalla Luisa, getta, per così dire, la maschera; una voce squillante s’innalza dal suo bordo che intima al legno corsaro la resa, mentre il ponte si copre, come per incanto, di uomini armati, che senza aspettar risposta commentano l’intimazione della voce con una salva di moschetteria. La cosa era ormai palese. Il governo della Repubblica Orientale aveva comandato di perseguitare i corsari, e le due barche misteriose erano due lancioni della Repubblica mandati ad eseguire l’ordine. Non c’era dunque che una risposta. «All’armi,» grida Garibaldi; e mentre spara egli stesso il primo colpo di fucile, ordina di bracciare in vela da prua col manifesto disegno di scivolare, bordeggiando, fra i due lancioni. Allora un combattimento accanito s’impegna fra i due legni, il primo, veramente il primo, ed è deplorevole che ne manchi la data, in cui si provò Garibaldi. I negri e i marinai stranieri, zavorra dell’equipaggio, si rimpiattano nella stiva, ma i sette italiani che aveva a bordo, Fiorentino, Luigi Carniglia, Pasquale Lodola, Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi e due Maltesi, fanno, dietro al suo esempio, prove di disperato valore. A un certo punto uno de’ lancioni, fidente nella superiorità del numero, tenta un arrembaggio; e già alcuni de’ suoi più arditi sono montati sulle impavesate di destra della brava goletta, ma invano; pochi colpi di moschetto e di sciabola li rovesciano e li fanno saltare in mare. Intanto però Garibaldi s’era accorto che la goletta non aveva risposto alla manovra da lui ordinata, e voltatosi per ripetere l’ordine al timoniere, vede il timone abbandonato e a pochi passi il bravo Fiorentino, stato fin’allora al governo, steso morto da una palla nel petto. Garibaldi indovina l’accaduto e si slancia egli stesso al timone; ma ne ha appena afferrata la barra, che un’altra palla gli traversa il collo, e lo stramazza, fuor di sensi, sul ponte. Per la Luisa poteva essere quella l’ultima ora, se i cinque Italiani superstiti, guidati dall’intrepido Carniglia, un genovese gigantesco, non avesser continuato a combattere e tenere in rispetto i nemici; onde i lancioni assalitori, disperati oramai di poter vincere una sì ostinata resistenza, virarono di bordo e la goletta corsara fu salva.
Lo era il suo capitano? La ferita è gravissima: il ferito aveva ricuperati i sensi, ma era incapace di ogni movimento. Il fido Carniglia, il primo a corrergli accanto per soccorrerlo, l’ultimo a staccarsene, gli chiese dove si dovesse dirigere la prua, essendo manifesto ormai che le rive della Repubblica erano tutte ugualmente malfide; e Garibaldi, fissati i moribondi occhi sopra una carta, additò Santa-Fè nel Parana, nello Stato di Entre-Rios, provincia dell’Argentina. E la nave, favorita da un vento fresco di levante, descrisse il rombo tracciato dal capitano. Prima cura però dell’equipaggio della Luisa fu di dare sepoltura alla salma dell’infelice compagno. Ma quale triste sepoltura le acque d’un fiume! Oh non era quella la tomba che Garibaldi desiderava! La morte non lo spaventava; ma se non gli era concesso morire in un angolo di terra della sua diletta Italia, che il suo corpo non sia pasto ai pescicani, che almeno «un sasso (diceva al fedele Carniglia) distingua le mie, dalle infinite ossa, che per terra e per mar semina morte.[38]»
X.
In una vita seminata d’avventure straordinarie tralasceremo le comuni.
Raccolto all’imboccatura dell’Ibiqui (affluente del Parana) da un bastimento brasiliano,[39] viene sbarcato a Gualeguaj, capoluogo d’un distretto dell’Entre-Rios: accolto benignamente dal governatore della provincia, Don Pedro Echague, che troveremo un giorno fra i partigiani di Rosas. Ivi un bravo chirurgo, il dottor Rammon, gli estrae la palla; un altro dottore, Giacinto Andreus, gli offre in casa sua un’ospitalità quasi fraterna; il Governo stesso gli somministra per il suo sostentamento un duro al giorno (fr. 5), ricchezza in quei paesi, ponendogli unica condizione di non allontanarsi da Gualeguaj e di restar prigioniero sulla parola fino a che il dittatore di Buenos-Ayres (Rosas) abbia deciso della sua sorte.
In sulle prime Garibaldi, sostenuto dalla speranza d’un pronto mutamento di sorte, sopportò rassegnato, se non contento, la non dura cattività, tentando ingannare le lunghe ore del forzato riposo ora colla lettura di libri che l’ospite gli prestava; ora col versare in copiose lettere agli amici gl’intimi pensieri del suo cuore;[40] ora finalmente coll’inviare alla patria lontana, creduta più ignava che infelice, canti d’amore indignato, in cui senti tutte le passioni dell’uomo e del patriotta gorgogliare in mezzo agl’ingenui falli del ritmo ed all’insospettata scorrettezza della parola, simile a flutto di lava che sgorghi tra le scorie ed il fango.
È dei giorni di Gualeguaj quella, non sapremmo dire se ode o ruggito di selvaggio ferito, le cui strofe abbiamo udito noi stessi tornare più volte sulle sue labbra, e che riportiamo qui per intero, non tanto come saggio delle facoltà poetiche del nostro eroe (quistione che vorrà essere esaminata a parte), quanto come testimonio dei sentimenti che ribollivano allora nell’anima sua e della forma con cui ne erompevano:
Non fra pomposi ed aurei
Vaghi giardin simmetrici,