Un’analisi troppo superficiale od una sintesi poco fedele di tutte quelle antinomie, quelle contraddizioni, quelle mutazioni rapide ed assidue che frastagliano come fasci di vapori nembosi la serena splendidezza del suo volto, e lo convertirebbero in una specie di Proteo mostruoso, se allo storico armato della fiaccola della filosofia mancasse l’ardire di scendere fino all’ultimo fondo gli abissi di quell’anima, e scrutarne l’alto mistero;

Una narrazione delle sue imprese dal 1859 al 1870, specie delle maggiori, di Marsala, Aspromonte e Mentana, veridica e piena nel suo complesso; ma in molti particolari scarsa, in molte affermazioni gratuita, in molti giudizi erronea, e che svisando alcuno dei tratti più caratteristici dell’Eroe nelle tre azioni più importanti della sua vita, svisano insieme ne’ suoi aspetti più solenni la storia del nostro Risorgimento;

Infine, ed è forse il più, una narrazione parziale ed angusta delle sue gesta militari, ed una sconoscenza o grossolana o meschina delle sue doti geniali di vero e grande Capitano; parzialità, angustia e sconoscenza che traggono origine in gran parte dai pregiudizi e dalle gelosie della vecchia scolastica militare, che questo mio libro non riuscirà certamente a debellare, ma che forse sforzerà ad ammutolire od a provare il contrario.

Ora, scemare, per quanto sia da me, questi difetti e colmare, fin dove possa, queste lacune; tentare la prima prova di una storia ragionata e documentata di Garibaldi, nè frigida nè passionata, nè piazzaiola nè scolastica, che prepari almeno le fondamenta della storia futura e cominci il giudizio della posterità; ricostruire al lume della critica e della ragione tutta intera la maravigliosa figura del gigante, rifondendola coi frammenti più preziosi offerti dalle opere precedenti e rassodandola sul suo eccelso piedestallo, col sussidio dei documenti più autentici e delle testimonianze più autorevoli che mi fosse dato raccogliere; rimontare fino alle origini della sua grandezza, cercandone nei primi ambienti in cui si svolse la sua gioventù, le cause ed i fattori; rifare con maggiore ampiezza e precisione la sua vita di marinaio e cospiratore; correggere, per ingrandirla e nobilitarla, la sua leggendaria odissea d’America, rifacendogli d’attorno, in una storia più veridica ed accurata di quel paese, una scena più pittoresca e più viva; difenderlo dalle partigiane contumelie, difenderlo ancora più dalle cortigiane piacenterie; cingere, se fosse possibile, d’aureola più luminosa il suo volto, ma segnarne al tempo stesso i chiaroscuri, notarne le disarmonie, confessarne le imperfezioni; affrontare, trepido ma non sgomento, l’enigma forte della sua anima, e senza lasciarmi intimidire dalla incantevole sfinge, nè arrestarmi ai primi aspetti del fenomeno, cercare di penetrarlo fino al fondo, fino a quella causa prima e a quell’idea madre che concilii gli opposti ideali in una sintesi suprema; rinnovare con maggior larghezza e precisione tecnica la storia delle sue campagne, fin qui immiserita o svisata, rivendicando da tutti i preconcetti di casta e di scuola le sue geniali qualità di capitano, e sfatando la badiale sentenza: «Fu un ardito guerrillero, non un generale;» questi sono gli scopi principali ed accessori, temerari, ma non superbi, di questo libro, che vorrebbe essere, se la materia rispondesse «all’intenzion dell’arte,» un ritratto ed un quadro, un saggio critico ed un racconto, una storia politica ed una storia militare.

Sarò io riuscito? È l’eterna domanda di chi fa, alla quale raramente soddisfa la risposta di chi giudica. In ogni modo questo so di certo, che dall’istante in cui la tentazione di mettermi a questo cimento mi colse, non ebbi più posa. Scrissi in America per aver libri; viaggiai mezza Italia per raccogliere documenti; tempestai di lettere e di quesiti centinaia di persone; ammucchiai nel mio studio monti di manoscritti e di volumi, da parecchi dei quali non trassi altro frutto che il perditempo e la noia di leggerli; misi a contributo di notizie tutti gli amici e commilitoni del Generale; osai persino salire, nella mia questua di documenti, le scale della Reggia, ridiscendendone, è vero, a mani vuote (e non certo per volontà di re Umberto), ma commosso e confuso dalle parole altamente benigne con cui il figlio di Vittorio Emanuele volle accogliere il mio annunzio e incoraggiare il mio libro.[1] Ma ohimè! Se lo scovare i documenti della storia passata nella polvere degli archivi e fra le tarme dei codici è cosa difficile, strappare le testimonianze della moderna alle mani ed alla bocca de’ contemporanei, lo è ancora più. Nessuno concede tutta la verità, o la concede pura, o la concede in tempo. Interrogate dieci persone, testimoni auricolari ed oculari dello stesso fatto: dieci risposte diverse. Chi fraintende il quesito; chi annega una briciola di notizia in una fiumana di ciancie; chi per la biografia dell’eroe vi dà la sua; chi risponde tardi, quando il capitolo è già scritto e l’informazione è divenuta inutile; chi non risponde affatto. Il giornale politico scrive pel suo Delfino, il documento ufficiale dice la verità ufficiale, il personaggio importante si tiene prudentemente abbottonato, il vecchio cospiratore continua a cospirare, il commilitone si vanta e lo sbarazzino inventa!

E ciò non ostante, convinto, malgrado tutti questi inciampi e questi sconforti, che gli elementi per avviare una intrapresa consimile a quella che io andavo vagheggiando esistessero e che anco i pochi da me raccolti potessero bastare; convinto anche più che per condurre a termine un’opera qualsiasi bisogna pure che qualcuno la incominci; trassi coraggio dal pensiero di Voltaire: que du moins j’aurai encouragé ceux qui me feront oublier,[2] e mi gettai allo sbaraglio.

Quali siano frattanto quegli elementi, a che si riducano i materiali di cui potei giovarmi, le fonti a cui attinsi, gli ausilii in cui potei confidare, è questo, se non m’inganno, il momento di dirlo e lo farò brevemente.

Le Vite e le Storie stampate sino ad ora intorno a Garibaldi, si dividono in due categorie: opere di seconda mano, compilazioni, rifacimenti, compendi, ec., delle quali non accade occuparsi: opere in parte o in tutto originali, tolte a sorgenti genuine, suffragate da testimonianze solide e da autentici documenti, sulle quali soltanto si può fare un assegnamento e che non esitai di mettere a contributo.

E fra queste, intralasciate le opere di carattere generale o le memorie di soggetto più particolare, che si troveranno citate nel testo, ecco ad una ad una le principali:

Prima di tutte le Memorie stesse di Garibaldi confidate nel 1859 ad Elpis Melena (signora Schwarz) colle parole: «Bologna 29 settembre 1859. — I manoscritti da me rimessi, ad Elpis Melena sono scritti di mio pugno;» tradotte e pubblicate dall’Autrice in tedesco col titolo: Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeichnungen desselben und nach autentischen Quellen, etc., Hamburg, Hoffmann und Campe, 1861, che vanno dalla nascita dell’eroe sino al 1849 e debbon ritenersi il primo e fondamentale documento della sua vita. Il primo, ma non il solo nè indiscutibile, perchè l’Autore stesso, tradito dalla memoria o dalla fretta, cadde più volte in involontarie confusioni di date e di fatti, e mirando in alcuni punti a descrivere più la propria vita interiore che la esteriore, lasciò nel suo lavoro molte dimenticanze e desiderii.[3]